Paolo Toschi tra Benedetto Croce e Benito Mussolini. Per una storia del folkore italiano durante il fascismo

Maurizio Coppola

IIAC (Institut interdisciplinaire de l’anthropologie du contemporain, EHESS)

2021

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Coppola, Maurizio, 2021. “Paolo Toschi tra Benedetto Croce e Benito Mussolini. Per una storia del folkore italiano durante il fascismo”, in Bérose - Encyclopédie internationale des histoires de l'anthropologie, Paris.

URL Bérose : article2481.html

Publié dans le cadre du thème de recherche « Histoire de l’anthropologie italienne », dirigé par Giordana Charuty (EPHE, IIAC).

Nella storia delle discipline antropologiche dell’Italia del novecento, la figura di Paolo Toschi (Lugo di Romagna 1893; Roma 1974) costituisce un punto di riferimento molto importante, in particolare per lo sviluppo istituzionale del folklore. In effetti, egli è ricordato, più che per i contributi e gli apporti teorici, seppur notevoli nel campo della poesia e del teatro popolare, soprattutto per aver permesso la rapida crescita del folklore (o come sono definite in Italia «tradizioni popolari») in seno all’accademia alla società italiana. È stato uno dei primi ad occupare una cattedra universitaria sulla materia nell’Italia del secondo dopoguerra (1949) [1] mentre nel 1956 divenne il primo direttore del museo nazionale di tradizioni popolari a Roma. L’affermazione di Toschi in questo periodo storico si spiega in parte con quanto egli aveva saputo costruire durante il periodo del ventennio fascista, quando si rese protagonista di molte iniziative in campo folklorico, di cui alcune sostenute dallo stesso regime. Grazie alle sua capacità di tessere una fitta rete di relazioni con uomini della politica e della cultura dell’Italia dell’epoca, egli ebbe l’occasione anche per relazionarsi con lo stesso Benito Mussolini.

Proprio il rapporto con il Duce è l’oggetto di questo articolo, in cui cercheremo di ricostruire le ragioni che hanno spinto Toschi a rapportarsi direttamente con Mussolini. Allo stesso tempo, tale lavoro vuole anche contribuire al dibattito storiografico attorno alla storia delle discipline demologiche durante il periodo fascista. In effetti, è negli ultimi venti anni che si è iniziato ad affrontare un’analisi storiografica più profonda su tale periodo. Concentrarsi sul vissuto di uno dei suoi maggiori protagonisti può essere utile quindi per sciogliere alcuni nodi sui rapporti tra folklore e fascismo.

Per mettere a fuoco tale vissuto biografico e scientifico utilizzeremo diverse fonti ma in particolare ci serviremo della documentazione conservata all’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Essa è composta da una ventina di elementi, tra cui telegrammi, lettere, biglietti da visita, atti amministrativi vari [2], che coprono all’incirca sedici anni, dal 1926 al 1942.

Inoltre, ci serviremo in una prospettiva comparativa alcune lettere della corrispondenza di Toschi con il filosofo Benedetto Croce, una delle figure più importanti della cultura italiana tra le due guerre e inoltre esponente del mondo intellettuale italiano che si oppone al fascismo [3].

I primi anni e Benedetto Croce

Appassionato fin da giovane al folklore, Toschi si laurea all’università di Firenze nel 1919 con una tesi sulla poesia religiosa in Italia, sotto la supervisione di Pio Rajna [4], a sua volta allievo di Alessandro D’Ancona. Toschi, quindi, si forma all’interno della scuola storica di filologia e la sua carriera segue quella della lunga tradizione di studi sulla poesia popolare che ha caratterizzato la demologia italiana fin dall’Ottocento. [5]

Il buon lavoro svolto da Toschi lo incoraggia a pubblicare la sua tesi nel 1921, con il titolo La poesia religiosa del popolo italiano. [6] L’opera segue la struttura ‘classica’ degli studi di letteratura popolare, in cui, alla raccolta del materiale folklorico corrisponde una successiva analisi filologica dei testi, da un punto di vista morfologico e storico-linguistico. [7] Tuttavia, per Toschi, la poesia religiosa non è da intendersi solamente come ‘sopravvivenze’ di epoche remote. Al contrario, Toschi espone l’idea che il documento popolare rappresenti una traccia attiva del carattere degli Italiani, e in questo caso di quello religioso, ovvero di qualcosa che appartiene al tessuto culturale, o per meglio dire ‘spirituale’, di una collettività nazionale e che la caratterizza nella sua identità storica e attuale. E nel caso della religione, Toschi riconosce l’identità degli Italiani nella tradizione cristiana e cattolica. Pertanto, Toschi non rinuncia ad associare alla metodologia positivista un approccio derivato dalle istanze romantiche poiché, per lui, studiare il folklore significa dare un contributo alla storia culturale di una nazione e definirne il carattere che la contraddistingue rispetto alle altre. [8] Questo modo di concepire le tradizioni popolari come elementi ‘vivi’ avrà delle conseguenze nella concezione politica della demologia da parte di Toschi.

Per dare maggiore risalto a livello nazionale alla sua opera, Toschi invia il proprio libro in omaggio a Benedetto Croce chiedendogli gentilmente la possibilità che sia recensito sulla sua rivista, La Critica [9]. Seppur qualche anno dopo Croce abbandonerà l’idea di un dualismo fra poesia popolare e poesia letteraria, [10] Toschi vede in lui un possibile punto di riferimento per la promozione degli studi di tradizioni popolari in Italia grazie al suo ruolo importante nel panorama culturale e politico italiano ed anche per il fatto che, da giovane, Croce si interessò personalmente al folklore. [11] Quest’ultimo accoglie le richieste del giovane studioso romagnolo e pubblica una recensione del libro nel 1923 [12] in cui giudica positivamente il lavoro, augurando inoltre di poter vedere il continuo di tali ricerche: «Occorrerebbe ora proseguire il lavoro per le liriche di altra materia, per le fiabe, pei piccoli drammi, e per ogni altra sorta di componimenti». [13]

Spinto dalla favorevole recensione, Toschi persevera nel contattare il filosofo abruzzese. Con due lettere nella primavera del 1923 [14], egli propone a Croce il progetto di fondare una rivista di tradizioni popolari che riprenda il percorso (e il titolo) lasciato dall’Archivio di Giuseppe Pitrè o della rivista Lares di Lamberto Loria. [15] Il giovane Toschi cerca in Croce un possibile sostegno non soltanto dal punto di vista morale ma anche materiale e intellettuale, chiedendo che questi possa intercedere direttamente con alcuni editori italiani, come Laterza o Principato.

Tuttavia, come è desumibile dalla storia del folklore italiano, il progetto di una nuova rivista per mano di Croce non vede la luce. In generale, bisogna aspettare almeno fino al 1925 per riottonere in Italia una rivista di tradizioni popolari di portata nazionale, Il Folklore Italiano [16], per iniziativa dell’etnografo e folklorista Raffaele Corso. Ciononostante, sebbene il tentativo con Croce ebbe esito negativo, Toschi rimane in contatto con il filosofo anche negli anni successivi e il 7 novembre 1925 gli invia la sua nuova opera, Romagna Solatia [17], un testo sugli usi e costumi della Romagna, redatto principalmente come supporto didattico per le scuole medie. [18]

Il primo “incontro” con Mussolini

Il libro Romagna Solatia è l’occasione anche di rivolgersi a Benito Mussolini. Toschi e il Duce sono entrambi originari della Romagna (Lugo per Toschi e Predappio per Mussolini) e, secondo lui, un libro sugli usi e costumi della regione non può che interessare al Duce. Il 26 febbraio 1926, egli invia il testo accludendo una lettera di presentazione. [19] Nella lettera, Toschi fa cenno alla medesima origine romagnola fra lui e il Duce e questo è un motivo secondo lui di vicinanza non soltanto culturale ma anche politica. In effetti, Toschi cita due proverbi in dialetto romagnolo (“Bona testa, gnit paura” [L’intelligenza toglie la paura], “Chi ch guarda al nuval non viaza mai” [Chi guarda le nuvole non viaggia mai]) che gli sembrano corrispondere ai valori e all’azione politica del fascismo, come di un qualcosa energico, forte, impetuoso, tipico degli uomini che non si arrestano davanti agli ostacoli ma procedono decisi verso i propri obiettivi. Per attirare l’attenzione del Duce, egli mette in relazione folklore e fascismo come se fossero due elementi manifestanti lo stesso sentimento nazionale.

Bisogna precisare che questa lettera mostra soprattutto la partecipazione di Toschi al carattere ideologico avanguardista e rivoluzionario con cui Mussolini e il fascismo si erano presentati nella politica e nella società italiana. In effetti, come è stato messo in luce da Emilio Gentile, il fascismo si sviluppa nel solco di tutta una serie di movimenti politici e filosofici che dall’inizio del novecento affermano l’idea del decadimento morale e civile dell’Italia borghese e liberale contrapponendogli il bisogno di una “rigenerazione spirituale” degli Italiani la quale avrebbe sancito la nascita di ‘uomo nuovo’. [20] Molti di questi movimenti utilizzano proprio le tradizioni popolari come argomento per la rinascita spirituale della nazione, fra cui ad esempio, il gruppo che ruotava attorno alla rivista La Voce pensavano che una parte di questo rinnovamento spirituale doveva passare attraverso un ritorno alla provincia, ovvero riscoprendo i valori e le forme della vera Italia. [21] Anche il futurismo, a dispetto della sua vocazione votata alla modernità, si era rivolto alle tradizioni popolari al fine di scaturirne l’ispirazione per il rinnovamento del campo delle arti italiane, in particolare attraverso l’opera di un altro nativo di Lugo e amico di Toschi stesso, il musicista Francesco Balilla Pratella. [22]

In effetti tutti questi movimenti condividono l’idea di una modernità differente in cui al meccanicismo, al determinismo e al materialismo del positivismo si sostituisce la fiducia verso le forze spirituali dell’uomo, la cui energia rinnovata avrebbe garantito alla nazione l’arrivo in una nuova era di prosperità. Queste idee avanguardiste alimentano anche il discorso del fascismo che si presenta appunto come ‘l’alternativa’ politica capace di rivitalizzare gli Italiani e di conferirgli il proprio ruolo nella storia e nel mondo. [23]

È questo spirito avanguardista che si denota dalla seconda parte della lettera di Toschi. Egli lo mostra inviando a Mussolini la rivista Gli Arrisicatori, da lui fondata a Livorno nel 1926, quando era insegnante presso l’Istituto nautico della stessa città, e che presenterà in questo modo molti anni più tardi: «Si trattava cioè, di una rivista di avanguardia nel campo letterario e artistico, di netta ispirazione spirituale e di spregiudicata polemica contro coloro che in quegli anni dominavano nel mondo della letteratura e dell’arte [...]». [24]. La nuova pubblicazione, che vede la collaborazione di alcuni esponenti del futurismo, come Giovanni Papini e Francesco Balilla Pratella, si propone come obiettivo di rinnovare il campo dell’arte italiana così come in precedenza avevano fatto delle riviste avanguardiste come La Voce o anche Lacerba. [25] Il punto dominante della riflessione di Toschi rimane quello di vedere nelle arti l’energia necessaria per il rinnovamento culturale italiano.

La vicinanza fra folklore e avanguardia, che implica il doppio invio di Toschi, è simboleggiata dallo stesso titolo dato alla rivista che è estratto dal verbo arrisicare che vuole dire osare, agire, prendere dei rischi, ma che a Livorno designava un tempo dei «rudi marinai pronti sempre a rischiare la vita per salvare le navi travolte dalle tremende libecciate». [26] È in similitudine a questa azione dei marinai livornesi che Toschi si immagina come intellettuale e folklorista: agire con coraggio al fine della rigenerazione della nazione, in particolare, trovando l’ispirazione direttamente dal mondo popolare. [27]

Il progetto di una grande raccolta di tradizioni popolari

Toschi ribadisce questi concetti in una serie di articoli pubblicati sul quotidiano di Bologna Il Resto del Carlino, nella seconda metà degli anni venti in cui rilancia l’idea della raccolta e dell’uso del folklore nel rinnovamento spirituale degli Italiani. [28]

Secondo Toschi, le tradizioni popolari costituiscono «un complesso imponente di forme di arte e di vita che il genio del nostro popolo, nella varietà delle sue razze e nella unità del suo spirito fecondo ha saputo creare e conservare attraverso i secoli». [29] Toschi, non si allontana molto da una visione politica romantica-risorgimentale, in cui il folklore è appunto l’espressione dello spirito nazionale, e pertanto, esso può ‘illuminare’ gli Italiani alla ricerca della propria identità. Così facendo, Toschi espone sulle pagine del quotidiano la proposta di una grande raccolta di tradizioni popolari italiane e come ci spiega, «una tale impresa non ha un semplice valore scientifico, ma assume un valore nazionale e umano». [30] Per Toschi, quindi, sebbene la raccolta debba rispettare il rigore del metodo scientifico, essa assume una funzione politica e il folklore diventa uno strumento di valorizzazione nazionale.

Come argomenta in un articolo apparso nel 1927, la raccolta delle tradizioni popolari significa permettere a ciascun individuo d’avere dei punti di riferimento all’interno della collettività facilitando l’incontro spirituale fra l’individuo e la cultura d’appartenenza. In effetti, le tradizioni popolari sarebbero, in effetti, capaci di rispondere ai bisogni di ciascuno di riannodarsi con le sue radici, la sua cerchia, la sua storia, il suo ‘essere’. La tradizione assume quindi un valore umano in quanto permetterebbe allo stesso tempo di dare dei punti di riferimento identitari e di riconoscersi in una collettività che gli è familiare. Inoltre, gli studi sul folklore assumono un “valore nazionale”, in quanto tale identità collettiva non può essere che la nazione. È in questo modo che le tradizioni popolari e il loro studio assolvono ad una funzione politica che s’esercita in maniera continuativa nel tempo. [31]

Per Toschi, le tradizioni non sono della vestigia o dei relitti, ma sono una forza attiva, creatrice, e, in quanto tale, esse attraversano i secoli. Seguendo l’antico pensiero che il filosofo tedesco Herder sviluppò attorno alla seconda metà del Settecento, per il folklorista italiano, esisterebbe un Volksgeist, ovvero une spirito del popolo, il quale assicurerebbe la continuità della propria identità nel corso della storia. Un’identità che non è immobile ma che si arricchisce nel tempo con dei nuovi elementi e delle nuove forme, che gli conferiscono anche una specificità nei confronti delle altre nazioni. La tradizione acquisisce così un valore assoluto in quanto fattore che forgia l’identità di un popolo e questa funzione si traduce in una propria forma estetica, che si ripropone nel corso dei secoli, permettendo di tessere il «legame» fra passato e modernità. [32]

Percepita in questo modo, la tradizione diventa principalmente un fenomeno artistico, uno «stile» suscettibile d’esprimere una identità estetica del popolo, che si riconosce nel ‘bello’ ideale che essa gli trasmette. Ed è un fenomeno che non riguarda soltanto certe attività, come il canto o la letteratura per esempio, ma che si manifesta in senso generale in tutti i campi della cultura popolare. Per Toschi, descrivere le tradizioni popolari deve esser allora un dovere civile e etico del governo, perché in questo modo si permetterebbe di cogliere l’unità dello spirito della nazione. Le tradizioni sono dunque essenziale per la ricerca di una unità solidale e organica nazionale, contrariamente alla letteratura o alle opere d’arte dei ‘grandi artisti’ che rispondono di solito a degli interessi personali. Ecco perché Toschi invita a realizzare una raccolta d’insieme del folklore nazionale, seguendo un metodo preciso che mira a sottolineare il carattere proprio del popolo italiano. Come lo dice lui stesso una tale opera «offrirà all’Italia e al mondo una testimonianza stupenda della genialità e ricchezza spirituale della nostra stirpe». [33]

Il pensiero di Toschi, come abbia detto precedentemente, non è isolato ma anzi è vicino alla riflessione politica che caratterizza gli autori della riforma della scuola nel 1923, ovvero Giovanni Gentile [34] e Giuseppe Lombardo Radice [35]. Anch’essi videro nelle tradizioni popolari un potente linguaggio estetico e civile su cui poteva essere fondata una nuova coscienza nazionale in quanto il folklore costituisce il metodo più naturale e semplice per formare un’identità nazionale. Così facendo, lo studio del folklore avrebbe favorito la creazione di uno spirito italiano basandosi sul senso di appartenenza naturale che gli scolari detenevano verso le proprie comunità locali. [36]

Questo uso strumentale del folklore in ottica nazionale è possibile anche per Toschi poiché, essendo le tradizioni una rappresentazione diretta e reale della nazione, esse possono assolvere al progetto politico del fascismo di rinnovamento degli Italiani. E, per Toschi, il fascismo stesso non può non sostenere un’impresa di questa portata. La realizzazione di una collezione di folklore corrisponde dunque perfettamente al periodo storico che l’Italia attraversa:

Questo risveglio nello studio delle tradizioni popolari è stato animato in questi ultimi anni da uno spirito nuovo in rapporto con la rinnovata coscienza nazionale; il nostro folklore è stato studiato non più per semplice curiosità e interesse scientifico, ma per ritrovamento delle qualità peculiari della nostra razza, per uno sviluppo delle attitudini e del genio della nostra gente secondo la linea ideale tracciata della tradizione. [37]

Toschi è fiducioso che la sua iniziativa si realizzerà grazie al fascismo, perché le tradizioni popolari costituiscono un interesse di valore nazionale e aggiunge: «E poi dirò fino in fondo il mio pensiero: io credo che la cosa si attuerà perché a capo del Governo c’è Mussolini, ingegno multiforme e pratico, sensibilissimo a tutti i problemi della cultura, amante delle grandi imprese anche nel campo degli studi, desideroso di vederle attuate». [38] Ed è anche per questo che Toschi rifiuta di utilizzare termini come ‘folklore’ o ‘demopsicologia’ preferendo utilizzare una denominazione meno tecnica e più facilmente comprensibile come “tradizioni popolari”. È con questa volontà di “italianizzare” il folklore piuttosto che quello di creare una “disciplina italiana” che Toschi si indirizza a Mussolini stesso.

Dalle fonti archivistiche, emerge che gli appelli di Toschi per la realizzazione della raccolta sono presi in visione dal gabinetto del Duce poiché l’allora segretario particolare Alessandro Chiavolini risponde inviando una missiva, datata il 28 aprile 1929, al ministro della pubblica istruzione, Giuseppe Belluzzo, scrivendo: «S.E. il capo del governo desidera che V.E. esamini l’acclusa proposta del Prof. Toschi». [39] Tuttavia, la proposta della raccolta non ha seguito ed è difficile spiegare le ragioni che hanno portato a questo blocco. Probabilmente, è lecito supporre che il rafforzamento della politica totalitaria messa in atto dal fascismo nella seconda metà degli anni venti abbia provocato un calo di interesse verso l’insegnamento delle culture regionali. In particolare il ministero dell’istruzione proprio in quegli anni stava realizzando il libro unico di stato che porterà all’abbandono dei manuali di cultura regionale nelle scuole.

Inoltre, sul finire degli anni venti, sempre nell’ottica dell’esperimento totalitario, il fascismo inizia a incanalare la maggior parte delle iniziative in campo folklorico all’interno dell’Opera Nazionale Dopolavoro con l’obiettivo di farle diventare uno strumento di educazione di massa. Nel 1929 viene fondato il Comitato Italiano per le Arti Popolari sezione italiana del Comitato internazionale per le arti popolari, con a capo il deputato Emilio Bodrero. Ben presto, questa nuova organizzazione, posta sotto l’egida dell’OND, accentrerà sotto la sua tutela la maggior parte delle iniziative scientifiche e non nel campo delle tradizioni popolari [40].

L’ascesa di Toschi nel campo delle tradizioni popolari e la richiesta di udienza con il Duce

Al di là della mancata ricezione alla proposta della grande raccolta di tradizioni popolari, è proprio nel 1929 che comincia prepotentemente la carriera di Toschi in tale settore. In Tosa, egli ha modo di conoscere il giovane folklorista Giuseppe Cocchiara il quale, dietro il suggerimento dell’etnografo Raffaele Corso, sta svolgendo un soggiorno studio nella regione per approfondire le sue competenze nel campo del folklore. Inoltre, la permanenza toscana di Cocchiara mira anche a cercare aderenti per un progetto di un futuro congresso di tradizioni popolari. Come è stato dettagliatamente ricostruito da Alessandro D’Amato, Toschi entra in contatto con Cocchiara nel dicembre del 1926 e si unirà insieme a quest’ultimo nell’organizzazione del congresso, che ha luogo a Firenze nel maggio del 1929. [41]

Dopo questo evento, la carriera di Toschi è in discesa. Direttore della rivista Lares, (poi declassato a vicedirettore quando la rivista rientra all’interno dell’Ond ed Emilio Bodrero è nominato al suo posto, nonostante rimanga a capo della redazione), egli ottiene nel 1932 la libera docenza all’Università di Roma in letteratura e tradizioni popolari. [42] Inoltre, nel 1931 e nel 1934, è tra i protagonisti nell’organizzazione del secondo e del terzo congresso di tradizioni popolari, svoltisi rispettivamente a Udine e a Trento. In entrambi i casi, Toschi presiede le sezioni di religiosità popolare. [43]

È proprio in questo campo che Toschi prosegue le sue attività di ricerca folklorica. Nel 1935 pubblica presso l’editore Leo Olschki, La poesia popolare religiosa in Italia [44], per la Biblioteca dell’Archivum romanicorum. Questo testo rappresenta un’evoluzione del libro pubblicato nei primi anni venti e Toschi mantiene la rigida metodologia filologica che contraddistingue la sua formazione di folklorista.

Il nuovo libro rappresenta un’altra occasione per Toschi di relazionarsi con il Duce. Dalle informazioni tratte dal fascicolo conservato all’Archivio centrale dello Stato ci risulta che Toschi, il 6 aprile 1935, si reca al Ministero dell’Interno per parlare con il segretario particolare del Duce, Osvaldo Sebastiani, per una possibile udienza con Mussolini, al fine di presentargli personalmente il volume appena pubblicato. Con sé, Toschi porta la cartolina autografata che il capo del governo gli inviò anni prima per ringraziarlo dell’omaggio del libro scolastico sulla Romagna. Inoltre, per assicurarsi maggiori possibilità di udienza, Toschi si accompagna con una lettera di raccomandazione scritta da Alfredo Rocco per il segretario particolare:

Illustre Commendatore,
Il Prof. Paolo Toschi, della Segretaria di questa commissione, ha pubblicato in questi giorni presso l’editore Leo Olshki – nella biblioteca dell’“Archivum Romanicum” diretta da S.E. Bertoni, -il volume: la poesia popolare religiosa in Italia.
Egli desidera di poter offrire personalmente in omaggio una copia di tale volume a S.E. il Capo del Governo. Dato l’interesse dell’argomento trattato e la serietà del lavoro, La pregherei di voler benevolmente presentare a S.E. il Capo del Governo il desiderio del Prof. Toschi. Il Prof. Toschi è libero docente di letteratura e tradizioni popolari nella R. Università di Roma e, da molti anni, collaboratore del ‘Popolo d’Italia’.
Mi è gradita occasione per porgerle, illustre commendatore, i sensi della mia considerazione.
Rocco [45]

Nel tentativo di ricevere udienza, il senatore presenta Toschi nel migliore dei modi e quale collaboratore de Il Popolo d’Italia. In effetti, proprio sul giornale mussoliniano, Toschi ripropone l’idea di un «folklore d’avanguardia». In un articolo comparso nel 1930, egli espone il pensiero che i canti popolari non siano soltanto originari del popolo ma che sia possibile costruire delle forme nuove di canto sulla base dei modelli popolari:

per quel che riguarda i canti popolari, occorre distinguere fra quelli autentici e quelli creati dal gusto dei canti tradizionali con parole e musica d’oggi. Dopo le splendide prove date da Martuzzi, Pratella, Spallicci e altri più giovani e pur valorosi poeti e musicisti romagnoli, nessuno vorrà mettere in dubbio che si possa creare del nuovo in perfetta aderenza e in naturale svolgimento col canto tradizionale: ma bisogna riflettere che questi artisti sono riusciti nella loro difficile impresa perché la loro arte e la loro ispirazione affondava le sue radici nell’anima popolare, viveva la tradizione della propria terra. [46]

Riprendendo la tripartizione dei canti popolari fatta dallo studioso Ermolao Rubieri [47] durante l’Ottocento in «canti popolari [che] possono essere composti o dal popolo e pel popolo; o pel popolo ma non dal popolo; o non dal popolo né pel popolo ma da esso adottati perché conformi alla sua maniera di pensare e di sentire» [48], Toschi afferma la possibilità che esistano delle forme «popolareggianti», ovvero delle composizioni artistiche individuali ispirate dalle forme popolari tradizionali. In effetti, per Toschi, non si tratta di distinguere tra il vero e autentico canto popolare e le sue «falsificazioni», nel senso negativo del termine, quanto piuttosto dal definire quali siano i meccanismi storici, politici e culturali che permetterebbero la nascita di nuove composizioni artistiche, nate dall’incontro fra passato e presente e fra nazione e individuo. [49]

Il fascismo rappresenterebbe appunto uno di questi momenti storici di unione e rigenerazione spirituale della nazione, cosicché fra i canti creati dal popolo e i canti creati per il popolo resta soltanto una distinzione di forma. Per mostrare ciò, egli cita il musicista Cesare Martuzzi e Aldo Spallicci, [50] romagnoli come Toschi e il Duce, autori di canzoni in dialetto romagnoli che riecheggiano i componenti popolari. Tra l’altro, proprio Spallicci era stato il fondatore della rivista romagnola La Piê il cui intento era il recupero delle tradizioni romagnole nell’ottica di una rigenerazione spirituale della nazione. [51] L’importanza della poesia popolareggiante esprime anche indirettamente la concezione dell’idea di popolo che ha Toschi e che si identifica con tutta la nazione. [52] Pertanto, più che agli elementi rituali e simbolici del folklore, Toschi ne sottolinea il valore estetico e la sua funzione politica e civile. [53]

Con queste premesse, Toschi si appresta a presentarsi all’udienza con la segreteria del Duce. Tuttavia, da un’altra lettera di Toschi al segretario si apprende che questa non avrà luogo:

Illustre commendatore,
il segretario generale della Commissione di Cooperazione Intellettuale [54] mi comunica qui, dove sono venuto a fare la Pasqua presso mia madre, che S.E. il capo del governo, nell’impossibilità di concedermi per ora in udienza, gradirà ricevere il volume che desidero di offrirgli.
Mi affretto pertanto a inviarle, a parte, il volume “la poesia popolare religiosa in Italia” con la viva preghiera di presentarlo al Duce.
Confido che la Fortuna mi concederà in altra più favorevole circostanza, il grande onore di essere ricevuto da Lui.
Voglia gradire, illustre commendatore, i sensi della mia più alta considerazione.
Paolo Toschi [55]

Insieme alla lettera, Toschi invia il volume accompagnato da una dedica per il Duce [56] e il 21 aprile, Toschi riceve un telegramma da parte del segretario particolare in cui si ringrazia, da parte di Mussolini, per il volume ricevuto. Anche in questo caso, non è possibile ricostruire i dettagli del diniego per l’udienza. Tuttavia, è probabile immaginare che il Duce fosse impegnato proprio in quel periodo nella delicata conferenza di Stresa (Piemonte), un incontro svoltosi insieme al primo ministro britannico Ramsay MacDonald e al ministro degli esteri francese Pierre Laval. [57]

L’ultimo tentativo e il ritorno da Croce

Attorno agli anni quaranta, Toschi è una figura consolidata nel campo delle tradizioni popolari. Oltre ad insegnare all’Università di Roma, egli fa anche parte della commissione organizzatrice per la mostra di tradizioni popolari che si terrà in occasione dell’Esposizione universale del 1942.

Grazie al sostegno di Giovanni Papini, nel giugno dello stesso anno, Toschi chiede al nuovo segretario particolare, Mario De Cesare, di poter far pervenire una lettera a Mussolini in cui ripropone nuovamente l’idea di una raccolta di tradizioni popolari italiane:

Duce,
quando, or sono sedici anni, vi inviai in omaggio il mio volume “Romagna Solatia” e il 1° numero degli “Arrisicatori”, Voi accoglieste il dono, scrivendomi una bellissima lettera, che mi è stata di viatico spirituale, sempre.
Da allora, quegli studi, che nella mia giovinezza avevo breve cerchio della nostra terra [...] viva, li ho poi via via approfonditi ed estesi su area nazionale. Ora, più matura di anni e di esperienza, sento come un dovere, l’impulso di affrontare un compito più ampio, dare all’Italia il corpus delle sue tradizioni popolari.
Di questa impresa e, in genere, del modo di promuovere lo studio critico della vita tradizionale del popolo italiano, vorrei parlarVi.
Vi prego di volermi ricevere.
Vostro
Paolo Toschi [58]

Toschi si presenta al Duce come di una persona più matura nel campo del folklore, e in effetti, come accennato in precedenza, il folklorista romagnolo gode di un prestigio non indifferente, confermato anche dall’assidua collaborazione con il Comitato Italiano per le Arti Popolari e con la direzione di Lares. Tuttavia, è difficile comprendere pienamente i motivi che spingono Toschi a chiedere direttamente al Duce il supporto per una raccolta di tradizioni popolari. Perché non rivolgersi direttamente al Comitato Italiano per le Arti Popolari e all’OND?

Una possibile risposta forse è ascrivibile al malessere che Toschi provava nei confronti del Comitato. Come è stato mostrato da Alessandro D’Amato, all’inizio degli anni trenta, il Comitato Nazionale Italiano per le Tradizioni Popolari di Firenze, di cui faceva parte Toschi e che aveva organizzato i primi due congressi di tradizioni popolari, era stato inglobato all’interno del Comitato Italiano per le Arti Popolari, [59] gestito dall’OND. L’assorbimento del gruppo di Firenze in quello romano aveva provocato alcuni malumori nei fiorentini che si sentivano esautorati dal loro incarico. [60] Inoltre, alla fine degli anni trenta, Toschi viveva un rapporto conflittuale con l’ingerenza totalitaria del fascismo, tanto da portarlo spesso in aperto contrasto. [61]

Tuttavia, è probabile che la proposta individuale fatta al Duce sia dovuta anche alle mire professionali e accademiche di Toschi, il quale puntava alla stabilizzazione della cattedra, cosa che avverrà solamente nel dopoguerra (1949) quando viene ufficializzato il primo concorso universitario di tradizioni popolari. [62] In tale ottica, può essere concepito il fatto che Toschi chieda il sostegno di Giovanni Papini, divenuto nel frattempo Accademico d’Italia nel 1937. [63]

Dai documenti si viene a sapere che il 4 agosto del 1942, il segretario particolare invia un telegramma al prefetto di Roma in cui si richiedono, in modo urgente, delle informazioni su Toschi. Il prefetto risponde:

In risposta al tuo telegramma, n. 54560 del 4 volgente ti comunico che Paolo Toschi fu Enrico, nato a Lugo di Romagna l’8 maggio 1893, professore di lingue, […], risulta di regolare condotta morale e politica.
Ariano, cattolico, è iscritto al P.N.F. dal 3 marzo 1925, quale ex combattente.
È coniugato ed ha un figlio di anni 16, studente. [64]

La lettera del prefetto porta alcune rassicurazioni al segretario particolare il quale il 6 settembre redige uno stralcio, che rappresenta anche l’ultimo documento per ordine cronologico da noi ritrovato, al fine di provvedere ad una possibile udienza con il Duce. Non sappiamo se Toschi riuscirà ad essere ricevuto da Mussolini. Quello che è evidente è che quest’ultimo rappresenta agli occhi di Toschi ancora un punto di riferimento e un interlocutore importante per la sua carriera scientifica e intellettuale.

Con la caduta di Mussolini e la liberazione di Roma da parte dalle forze alleate, tra la primavera e l’estate 1944, Toschi riprende i contatti con Benedetto Croce, rientrato nel frattempo nella vita politica, e divenuto ministro nel secondo governo Bonomi. Toschi fa presente al filosofo abruzzese la sua intenzione di incontrarlo nella capitale. [65]

I contatti con Croce proseguono anche successivamente. Il 5 settembre, con un’altra lettera firmata dallo stesso folklorista romagnolo oltre che da Fulvio Maroi e Raffaele Pettazzoni, si fa presente a Croce della nascita di una nuova società di tradizioni popolari «per ricondurre, dopo le deviazioni Dopolavoristiche, lo studio delle tradizioni popolari nel campo della ricerca storica, abbiamo creduto opportuno di ricostituire la società italiana fondata da Lamberto Loria e dai suoi collaboratori», [66] e chiedendo al filosofo di poter aderire in modo onorario alla neo-costituita organizzazione. [67] Nonostante ciò, è soltanto nel 1949 che la nuova società riprende la sua attività così come le pubblicazioni della rivista Lares. Probabilmente, la virata verso Croce può essere ricondotta a restituire credibilità ad una disciplina che era stata ineluttabilmente partecipe alle attività di regime e mettersi sotto l’ala protettrice di una figura che assume un ruolo culturale importante nell’Italia del secondo dopoguerra [68].

Conclusioni

La storia narrata in questo articolo mostra come, nell’esempio di Paolo Toschi e del folklore, storia biografica e storia disciplinare si uniscono per formare uno stesso orizzonte storiografico. Da una parte, Toschi vive la sua delicata esperienza di studioso di folklore nella continua ricerca di sostegno istituzionale e scientifico che lo conducono a dialogare con vari esponenti del mondo intellettuale italiano, in antitesi spesso dal punto di visto politico. Dall’altro, il vissuto biografico manifesta la fragilità del folklore che durante gli anni del fascismo cerca con forza il proprio posto nella società italiana e il quale è costretto a scendere a compromessi con le istituzioni e l’ideologia di regime pur di trovare il proprio spazio vitale. In effetti, il progetto totalitario del fascismo porta con sé nuovi paradigmi e una nuova idea di tradizione che obbliga i folkloristi e il folklore ad adattarsi alle richieste del regime.

Pertanto, è evidente come il trasformismo e l’opportunismo politico di Toschi non riguardano soltanto una scelta di campo politico o la sua volontà personale. Piuttosto, analizzati all’interno di questa antropologia dei saperi, storia, politica e biografia vivono all’interno delle stesse fratture epistemologiche.




[1. La denominazione officiale dell’insegnamento è Storia delle tradizioni popolari.

[2. La referenza archivistica del materiale è “Corrispondenza di Paolo Toschi con Benito Mussolini”, Archivio Centrale dello Stato di Roma, Segreteria particolare del Duce, Carteggio Ordinario, f. 539708. D’ora innanzi, ACS, SPD, CO, f. 539708. Alcune parti di questo materiale sono state analizzate in S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il fascismo, Bologna, Il Mulino, 2003; A D’Amato Alessandro, «Il carteggio Pettazzoni-Toschi e il II congresso nazionale delle tradizioni popolari – Udine 1931», Lares, LXXV, 1, 2009, p. 99-209.

[3. La corrispondenza di Toschi a Croce consiste in dodici lettere che vanno dal 1922 al 1946 ed è conservata presso gli Archivi della fondazione Benedetto Croce a Napoli (d’ora innanzi, ABC).

[4. Pio Rajna (1847-1930) è stato professore di lingue e letterature neolatine all’Accademia scientifico-letteraria di Milano e in seguito all’Università di Firenze.

[5. Per uno studio sulla poesia popolare dell’Ottocento cfr. A.M. Cirese, «Gli studi di poesia popolare nell’Ottocento: Ermolao Rubieri e Costantino Nigra», in G. Grana (a cura di), I critici. Storia monografica della filologia e della critica moderna in Italia, I, Milano, Marzorati, 1987, p. 239-300.

[6. P. Toschi, La poesia religiosa del popolo italiano. Vecchi canti religiosi, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1921.

[7. Per una biografia di Toschi e un’analisi del testo sulla poesia religiosa popolare Cfr. F. Dei, |«Toschi, Paolo», in Dizionario biografico degli Italiani, Rome, Treccani, Vol. 96, 2019 https://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-toschi_%28Dizionario-Biografico%29/.

[8. Cfr. in particolare l’introduzione di P. Toschi, La poesia…, op. cit.

[9ABC, Lettera di Paolo Toschi a Benedetto Croce, 21 dicembre 1922.

[10. Croce concepiva la poesia popolare non nella sua forma ontologica ma come uno stile che si caratterizza solamente per un diverso tono psicologico. Per Croce, in sintesi, la poesia popolare rientra nella storia della poesia tout court Cfr. A.M. Cirese, La poesia popolare, Palermo, Palumbo, 1958, pp. 59-75.

[11. Toschi scrisse, un anno dopo la morte del filosofo abruzzese (1952), un articolo sugli studi di letteratura popolare di Benedetto Croce, cfr. P. Toschi, «Benedetto Croce studioso di letteratura popolare», Lares, XIX, 1953, p. 1-7.

[12. B. Croce, 1923, recensione: « Paolo Toschi, La poesia popolare religiosa del popolo italiano. Vecchi canti religiosi popolari, Florence, Libreria editrice fiorentina », in La Critica, XXI, 1923, pp. 102-104.

[13Ivi, p. 103.

[14. Le lettere sono datate rispettivamente 7 aprile e 5 maggio del 1923, ABC.

[15. L’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari è stato fondato e diretto da Giuseppe Pitrè dal 1882 al 1909 mentre Lares è stato edito dal 1912 al 1915, diretto nel primo anno da Lamberto Loria e nei succesivi dal filologo Francesco Novati. Le due lettere sono datate 7 aprile 1923 e 16 maggio 1923, ABC.

[16. La rivista Il Folklore Italiano è stata pubblicata dal 1925 a 1935 e dal 1935 al 1941 solamente con il sottotitolo di Archivio trimestrale per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane. Dal 1946 al 1959 (ultimo anno di pubblicazioni) la rivista è intitolata Folklore.

[17. P. Toschi, Romagna Solatia. Per le scuole medie e le persone colte, Milano, Trevisini, 1925.

[18. ABC, Lettera di Paolo Toschi a Benedetto Croce, 7 novembre 1925. Qualche settimana più tardi, Toschi invia una copia della sua opera anche a Giovanni Gentile come si evince da una lettera datata il 25 novembre 1925 e conservata presso la Fondazione Giovanni Gentile, Archivio Gentile, Serie 1, corrispondenza, sottoserie 2, lettere di Paolo Toschi inviate a Giovanni Gentile.

[19. ACS, SPD, CO, f. 539708, Lettera di Paolo Toschi a Benito Mussolini, 26 febbraio 1926.

[20. Cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Bologna, Il Mulino, 19962.

[21. La rivista La Voce è stata edita a Firenze dal 1908 al 1916, fondata da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini. Per una rassegna e uno studio sull’inchiesta nelle province de La Voce, cfr. E. GENTILE, “La Voce” e l’età giolittiana, Milano, Pan, 1972. Sulla rivista La Voce compaiono una serie di inchieste per studiare il modo di vivere delle comunità locali italiane. Per un approfondimento, cfr. M. Coppola, Construire l’italianité. Traditions populaires et identité nationale (1800-1932), Paris, L’Harmattan, 2021, p. 157-164.

[22. Francesco Balilla Pratella (1880-1955) è originario della stessa città di Paolo Toschi, Lugo. È conosciuto principalmente per essere autore del manifesto dei musicisti futuristi (11 ottobre 1910) e come uno dei rappresentati più importanti di tali movimento. Fra i suoi studi sul folklore ricordiamo in particolare, F.B Pratella, Saggio di gridi, canzoni, cori e danze del popolo italiano. Per una cultura della sensibilità musicale italiana, Bologna, Bongiovanni, 1919.

[23. Cfr. M. Coppola, Construire l’italianité…, op. cit., p. 157-206.

[24. P. Toschi, «Gli Arrisicatori», Lares, XXXIII, 1-2, 1967, p. 97.

[25. La rivista Lacerba è stata fondata a Firenze nel 1913 da Giovanni Papini e Ardengo Soffici.

[26. P. Toschi, «Ricordo di Paolo Emilio Pavolini», Lares, XIII, 5, 1942, p. 261.

[27. P. Toschi, «Gli Arrisicatori», op. cit., p. 97.

[28. Per un approfondimento e una lista più completa degli articoli si rinvia a M. Coppola, Construire l’italianité…, op. cit., p. 233-239.

[29. P. Toschi, «Una proposta. Per una raccolta nazionale delle tradizioni popolari italiane», Il Resto del Carlino, 1 dicembre, 1926, p. 3.

[30. Ibid.

[31. Cfr. P. Toschi, «Popoli e tradizioni. Che cos’è il folklore? Origine della parola. Il termine italiano. L’oggetto del folklore. La parola della natura. I ferri del mestiere. Do nande», Il Resto del Carlino, 1927, 14 giugno, p. 3; cfr.

[32. Cfr. M. Coppola, Construire l’italianité…, op. cit., p. 236-237.

[33. P. Toschi, «Una proposta…», .op. cit., p. 3.

[34. Il filosofo Giovanni Gentile (1875-1944) è stato ministro dell’istruzione nel primo governo Mussolini, dal 1922 al 1924.

[35. Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938) è stato un pedagogo e un filosofo, incaricato da Gentile per la riforma della scuola elementare nel 1923.

[36. In sintesi, la riforma prevedeva l’introduzione dell’insegnamento della cultura regionale nelle scuole elementari con l’ausilio di due nuovi supporti didattici, l’Almanacco di cultura regionale e il libro di traduzione dal dialetto all’italiano. La bibliografia sull’argomento è molto vasta: per un approfondimento, ci limitiamo a segnalare F. Dimpflmeier, «Vivere la regione per vivere la nazione. La valorizzazione del patrimonio locale nei sussidiari per le culture regionali degli anni Venti», in S. Aru e V. Deplano, Costruire una nazione. Politiche, discorsi e rappresentazioni che hanno fatto l’Italia, Ombre corte, Verona, 2013, p. 92-106.

[37. P. Toschi, «L’anima popolare. Il folklore italiano. Tesoro spirituale, Ripresa di studi. Nel campo regionale. La Romagna e Spallicci. Fecondità del genio italico», Il Resto del Carlino, 3 agosto, 1926, p. 3.

[38. P. Toschi, «Una proposta…», op. cit., p. 3.

[39. ACS, SPD, CO, f. 539708, Telegramma del segretario particolare del Duce al ministro della pubblica istruzione, 29 aprile 1929.

[40. Cfr. A. D’Amato, «Il carteggio Pettazzoni-Toschi…», op. cit., p. 128-133.

[41. Per una storia del Congresso, cfr. Ibid.

[42Da segnalare che nello stesso anno anche Giuseppe Cocchiara ottiene lo stesso riconoscimento all’Università di Palermo, cfr. E.V. Alliegro, Antropologia italiana. Storia e storiografia (1869-1975).

[43. Nel primo congresso di Firenze, la presidenza della sezione di religiosità popolare è tenuta da Raffaele Pettazzoni, mentre Toschi copre la carica di vice-presidente.

[44. P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze, Olschki, 1935.

[45. ACS, SPD, CO, f. 539708. Lettera di Alfredo Rocco al segretario particolare, 5 aprile 1935.

[46. P. Toschi, «Lares», Il Popolo d’Italia, 31 maggio 1930, p. 3.

[47. Ermolao Rubieri (1818-1879) è stato un politico e storico italiano, autore della Storia della poesia popolare italiana, Firenze, Barbera, 1877. Per un approfondimento, cfr. M. Coppola, Construire l’italianité…, op. cit., p. 75-81.

[48. E. Rubieri, Storia della poesia…, op. cit., p. 237.

[49. Toschi propone delle stesse argomentazione in un altro articolo sullo stesso quotidiano, cfr. P. Toschi, «Il tesoro degli umili», Il Popolo d’Italia, 8 gennaio 1930, p. 3.

[50. Domenico Giulio Cesare Martuzzi (1885-1960) è stato un musicista italiano che ha collaborato a musicare le poesie in lingua romagnola di Aldo Spallicci (1886-1973), politico e poeta italiano, che si è interessato al folklore e all’etnografia della Romagna.

[51. La rivista La Piê è stata pubblicata dal 1920 al 1933 e dal 1946 al 2018. È da notare, tuttavia, come Aldo Spallicci è stato antifascista e inviato al confine. Cfr. R. Balzani, Spallicci, Aldo, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, Enciclopedia Treccani, <http://www.treccani.it/enciclopedia...> , consultato il 22 aprile 2020.

[52. Tale visione, si allontana anche dal giudizio che Gramsci espone sulla tripartizione di Rubieri e sul folklore in generale. Per Gramsci, il popolo si identifica principalmente con le classi popolari che esistono in condizione dialettica di subalternità con le classi dominanti. Pertanto, gli unici canti popolari sono quelli «adottati dal popolo» poiché conforme al loro modo di pensare. Cfr, F. Dei, Cultura popolare in Italia, op. cit.

[53. A tal proposito, nell’articolo, Toschi invita ad esporre al pubblico le collezioni della mostra di etnografia italiana del 1911 in modo che questa «mostri ai nostri artigiani modelli autentici e significativi a cui aspirarsi» (P. Toschi, «Lares», op. cit., p. 3).

[54. Il segretario è il magistrato Michelangelo Giuliano (1882-1963).

[55. ACS, SPD, CO, f. 539708, lettera di Paolo Toschi al segretario particolare, 18 aprile 1935.

[56. La dedica recita le seguenti parole: «A Benito Mussolini. Duce d’Italia, questo volume che per la prima volta rivela l’esistenza e la bellezza di un’epica religiosa del popolo italiano, devotamente vostro». ACS, SPD, CO, f. 539708.

[57. L’incontro di Stresa, tenutosi dall’11 al 14 aprile era stato organizzato al fine di trovare una possibile intesa in politica estera per fronteggiare la pressione della Germania di Hitler.

[58. ACS, SPD, CO, f. 539708, Lettera di Paolo Toschi a Benito Mussolini, 11 giugno 1942.

[59. Questo comitato rappresentava la sezione italiana del Comitato Internazionale per le Arti Popolari presso la Commissione internazionale di cooperazione intellettuale.

[60. Cfr. A. D’Amato, Il carteggio Pettazzoni-Toschi…, op. cit., p. 128-133.

[61. Cfr. S.Cavazza, Piccole patrie…, op. cit., p. 106-107.

[62. Il concorso prevede come vincitori una terna. Insieme a Toschi, chiamato a occupare stabilmente la cattedra a Roma, c’erano anche Giuseppe Cocchiara, all’Università di Palermo e Carmelina Naselli, a Catania. Cfr. E.V. Alliegro, Antropologia italiana. Storia e storiografia (1869-1875), op. cit.

[63Cfr. A. Aveto, «Papini, Giovanni», in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, vol. 81, http://www.treccani.it/biografico. È probabile che Toschi incontri Papini durante i suoi studi all’Università di Firenze, ovvero durante gli anni dieci del novecento, interrotti in parte dalla partecipazione alla Grande Guerra.

[64. ACS, SPD, CO, f. 539708, Telegramma del prefetto di Roma al segretario particolare, 31 agosto 1942.

[65. ABC, Lettera di Paolo Toschi a Benedetto Croce, la lettera è datata solamente 1944. Tuttavia è da ritenere, che a causa della guerra, Croce si sia diretto a Roma solamente dopo la liberazione di Roma dall’occupazione tedesca, ovvero almeno dopo il 5 giugno 1944. Toschi fa presente che un incontro con Croce è avvenuto nel settembre del 1945. Cfr. P. Toschi, Fabri del folklore. Ritratti e ricordi, Rome, Signorelli, p. 122.

[66. ABC, Lettera di Paolo Toschi a Benedetto Croce, 5 settembre 1944.

[67. La società rinascerà in modo ufficiale soltanto nel 1949 quando riprenderanno anche le pubblicazioni di Lares.

[68. In Fabri del folklore, Toschi pubblica due lettere indirizzategli da Benedetto Croce che datano novembre 1945 e gennaio 1946 e che riguardano la pubblicazione di un volume sulle villanelle alla napoletana, mai edito. Cfr. P. Toschi, Fabri del folklore…, op. cit., p. 122-124.