«I never left Lacedonia». Il Mezzogiorno italiano degli anni Cinquanta nell’etnografia visuale di Frank Cancian

Francesco Faeta

Università degli Studi di Messina
Università La Sapienza di Roma

2020

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Faeta, Francesco, 2020. “«I never left Lacedonia». Il Mezzogiorno italiano degli anni Cinquanta nell’etnografia visuale di Frank Cancian”, in Bérose - Encyclopédie internationale des histoires de l'anthropologie, Paris.

URL Bérose : article2125.html

Publié dans le cadre du thème de recherche « Histoire de l’anthropologie italienne », dirigé par Giordana Charuty (EPHE, IIAC).

Sguardi sull’interesse per il Mezzogiorno italiano

Questo saggio introduce il volume pubblicato in occasione della mostra tenutasi a Roma, presso il Museo delle Civiltà (MuCiv) [1]; messo a punto con la preziosa collaborazione di Frank Cancian [2], contribuisce a far luce su uno degli episodi importanti dell’antropologia del Mezzogiorno italiano, dando conto, per la prima volta in modo approfondito, dei risultati di un’indagine etnografico-visiva, condotta con un approccio monografico dall’antropologo americano nel 1957 [3]; indagine, a quel che mi consta, unica nel vasto panorama delle iniziative, alcune delle quali legate alla prospettiva degli studi di comunità, realizzate a Sud nel Dopoguerra, durante l’intensa stagione di riflessione e ricerca portata avanti da studiosi di scienze sociali italiani e stranieri [4].

Italiani e stranieri che non ebbero, tranne limitate eccezioni su cui tornerò, facili contatti reciproci: i rilievi degli uni e degli altri non entrarono a far parte di un patrimonio unico e dialogante di dati e conoscenze; molti dei saggi scritti in altre lingue non furono tradotti nella nostra; la ricezione complessiva, nel nostro Paese, del lavoro d’indagine e del retroterra teorico degli stranieri fu episodica e marginale. A volte, nei confronti degli studiosi venuti da fuori, vi furono forti malintesi e aspre polemiche, mentre alcuni di loro furono (sbrigativamente) accusati di essere al soldo di organismi investigativi occidentali, e segnatamente nord-americani, interessati ad acquisire conoscenze circa la realtà sociale italiana, in funzione anticomunista [5]. Il clima della guerra fredda, da un lato, l’egemonia culturale della sinistra marxista e la sua diffidenza per le scienze sociali, unitamente all’imprinting neorealista delle rappresentazioni del mondo popolare italiano, non facilitarono certamente il dialogo, la comprensione, la collaborazione.

Va certamente osservato che lo sforzo complessivo di studio della realtà del Mezzogiorno, particolarmente (ma non soltanto) da parte statunitense, non fu esente da un pressante interesse politico, che si basò sulle numerose agenzie dedite, sin dal periodo bellico, al finanziamento della ricostruzione italiana e sui loro progetti di ricerca e di intervento (si ricordi la pionieristica azione dell’americana ’Foreign Economic Administration’, a esempio). Non soltanto la politica americana aveva interesse a intervenire in un’area del mondo in cui la protesta sociale tendeva a costruire ordini diversi da quello capitalistico, quanto anche gli ambienti industriali e finanziari, divisi tra interesse speculativo e prospettiva riformistica, tra impegno per la conoscenza e aspirazione a descrivere un mondo che abbandonava il suo arcaismo per abbracciare nuove forme e nuovi modelli di vita, del tutto conformi a istanze ’occidentali’. Come meglio vedremo più avanti, un’alleanza piuttosto netta di interessi, persone, orientamenti politici, istituzioni era alle spalle del progetto di conoscenza del Sud che i ricercatori stranieri portavano avanti. Questi, a loro volta, erano spesso irretiti in una profonda contraddizione politico-culturale intercorrente tra la loro vocazione progressista e l’oggettiva utilità in ottica conservatrice del loro lavoro, assolutamente non messa a fuoco, nel nostro Paese, all’epoca. Ma definita in termini approssimativi e dubitativi, senza un ulteriore, doveroso, sforzo di approfondimento anche più tardi [6]. Ciò che è mancato, in genere, nell’analisi italiana, è un’attenta valutazione del complesso legame che univa, in Paesi diversi dal nostro e segnatamente negli Stati Uniti, l’indagine sociale e il suo ancoraggio istituzionale e accademico attraverso il finanziamento alla ricerca, il meccanismo di implementazione dei dottorati, la creazione degli stessi insegnamenti. Presupporre una sorta di Spectre, internazionale presieduta dall’occhiuto presidente degli Stati Uniti, che estende la sua vigilanza allo sperduto villaggio del Sud contadino; presupporre una precoce ’camelottizzazione’ (mi si passi l’inelegante neologismo) della ricerca nel Mezzogiorno italiano è, a mio avviso, del tutto inadeguato. Come non ben inquadrata è la vicenda delle profonde modificazioni intercorse, nella gestione dei rapporti tra politiche e antropologie, tra l’approccio naturalistico legato alla gestione coloniale e post-coloniale e l’approccio sociologistico, posteriore, legato alla gestione del capitalismo globale post-bellico [7].

Al di là del contesto politico-culturale complessivo, comunque, le tradizioni di studio con cui italiani e stranieri affrontarono l’indagine nel Mezzogiorno erano così diverse che un dialogo e un confronto apparivano realmente problematici, anche se non vanno dimenticati, né sottovalutati, come ho accennato, alcuni importanti casi di collaborazione [8].

Pur non essendo questa la sede idonea per il bilancio critico di una stagione che ha riservato ben diversa attenzione alle esperienze italiane e straniere, si può dunque sinteticamente rilevare che i due approcci di ricerca ebbero relazioni di stretta funzionalità con il retroterra ideologico e la vicenda politica che era alle loro spalle: un radicalismo, fortemente dottrinale ma sostenuto da un impianto teorico forte, sul versante italiano; un riformismo, empiricamente connotato, aperto al rilievo sociologico delle società osservate ma notevolmente vincolato da istanze istituzionali, fuorviato da un insieme di pregiudizi ricorrenti sul Mezzogiorno e da un approccio peculiare, sul versante straniero, e in particolare americano. L’approccio peculiare, a mio avviso, come meglio vedremo più avanti, risiedeva nella predominanza, risalente soprattutto a Harvard e Chicago, di un criterio ermeneutico centrato sulla questione dei valori; criterio che ha condotto verso una concettualizzazione astratta dallo statuto storico di riferimento delle singole società osservate, finendo per metastoricizzare, in qualche misura, la loro condizione marginale [9].

La stagione in questione produsse, comunque, una pubblicistica importante, composta da monografie e da saggi, apparsi su riviste nazionali ed estere, e alimentò un nutrito dibattito, parallelo a quello legato alle importanti, e spesso traumatiche, vicende politiche post-belliche nazionali [10]. Una pubblicistica in cui, però, la fotografia, nelle forme di un’esplorazione sistematica della realtà di un piccolo centro rurale fu, a parte l’eccezione su cui ci soffermiamo, assente.

Non mancarono, in vero, rilievi fotografici sistematicamente condotti, soprattutto da parte italiana. Basti pensare, per restare al periodo di nostro interesse, all’estesa inchiesta condotta nel decennio Cinquanta-Sessanta, sulle forme della vita sociale e culturale, dal pittore Ernesto Treccani a Melissa, in Calabria, non immediatamente collegata a un’istanza esplicitamente (e accademicamente) antropologica, eppure animata da una profonda sensibilità per la nostra disciplina, oltre che da una vasta cultura relativa alle condizioni dei paesi del Sud contadino [11]; basti pensare alla lucida esplorazione di Arturo Zavattini nella Ràbata di Tricarico, in Lucania, condotta nel 1952, sotto la direzione di de Martino, realizzata in pochi giorni e senza il proposito di descrivere, attorno al focus tematico centrale, quello della musica di tradizione orale e dei suoi esecutori, un paese nel suo insieme [12]; basti pensare, nel 1952-’55, al lavoro d’illustrazione antropologica condotto da Paul Strand e Cesare Zavattini a Luzzara, in Emilia, per spostarci sulla realtà rurale e contadina di un’altra area del Paese [13].

Al di là di queste esperienze, però, la fotografia fu impiegata per documentare gli universi magico-religiosi, le forme espressive legate al canto e alla musica popolare, l’arretratezza complessiva delle campagne, la persistenza della tradizione e degli arcaismi, su una base territoriale ampia e diffusa e con un approccio metodologico-critico assai distante dall’inchiesta di comunità (si pensi al lavoro di Franco Pinna, di Ando Gilardi, di André Martin, di Annabella Rossi; di Chiara Samugheo, di Sebastiana Papa, di Federico Patellani, di Fosco Maraini e di numerosi altri, operatori legati al reportage e all’ambito foto-giornalistico, alquanto lontani da una formazione e da intenti scientifici).

Gli studiosi stranieri, dal canto loro, portatori di metodi di ricerca e di stili narrativi del tutto diversi da quelli degli autori sin qui ricordati, adoperarono poco e in modo ancillare la fotografia nei loro studi sul nostro territorio. Soltanto alcuni tra loro si soffermarono sulla località con qualche attenzione. Holger Rasmussen, a esempio, studioso danese, condusse ricerche etnologiche ed etnografiche in Calabria e in Lucania, nel 1953 e nel 1955, sovvenzionate dallo ’Statens almindelige Videnskabsfond’ di Copenhaghen, nell’ambito di un complesso esperimento di collaborazione tra istituzioni danesi (’Mellemfolkeligt Samvirke’) e ’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo’ (UNLA), protrattosi per alcuni anni. Basandosi soprattutto sul paese di Sartano, in Calabria, nel quale soggiornò a lungo, fece un certo uso della fotografia, illustrando aspetti della vita locale, soprattutto per quel che concerne la cultura materiale [14]. Andreas Fridolin Weis Bentzon, anch’egli danese, condusse tra il 1952 e il 1958 ricerche nei villaggi sardi attorno a Cabras, aventi come focus tematico le launeddas e i loro suonatori, e adoperò la fotografia con notevole capacità investigativa, sovente rilevata dalla storiografia posteriore. Le sue immagini avevano come soggetto principale le pratiche coreutico-musicali connesse con il proprio argomento di ricerca, osservate in una prospettiva d’incontro tra etnomusicologia e antropologia culturale, ma la sua insistita e attenta presenza in alcuni dei villaggi sopra ricordati (quali Cabras, Villaputzu, Ortacesus, Oristano) orienta il suo rilievo fotografico, sia pur in modo embrionale, anche in direzione di un’inchiesta sulle forme complessive della vita sociale locale [15].

Vi furono poi rilievi che s’indirizzarono verso l’inchiesta di comunità, portati avanti non da studiosi di scienze sociali, ma a stretto contatto con essi. Il caso più notevole, forse, fu quello condotto, nel 1951-’52, da Henri Cartier-Bresson a Matera, eseguito su incarico dell’’United Nations Relief and Rehabilitation Administration’, in una sua specifica articolazione italiana, il ’Comitato Amministrativo Soccorso Ai Senzatetto’ (UNRRA-Casas) e a stretto contatto con i suoi operatori che, anche per l’attenta mediazione culturale e per l’opera d’indirizzo di Mazzarone, produsse una rappresentazione etnografica della città di notevole efficacia [16].

In una prospettiva reportagistica, poi, anche gli stranieri fotografarono a lungo il Mezzogiorno nel suo complesso. E lo stile reportagistico di questi autori, in particolare americani, in realtà, fu tra i più contigui con le scienze umane, provenendo molti di loro da una consolidata tradizione d’indagine sulla realtà sociale, cha affondava le sue radici nei contesti della Farm Security Administration e della Photo-League e si realizzava attraverso le agenzie concerned (prima fra tutte la Magnum) e poi, come vedremo anche ravvicinatamente per Cancian, attraverso le riviste, soprattutto quelle facenti capo all’azione imprenditoriale e intellettuale di Henry Luce, ’Time’, ’Life’, ’Fortune’. Negli anni Cinquanta, per fare soltanto qualche esempio, documenta a lungo il Mezzogiorno, con particolare riferimento alla Sicilia, Milton Gendel, un fotografo giunto da noi attraverso una borsa di studio Fulbright, l’attivo interessamento di Cipriana Artom Scelba, la vicinanza con Bruno Zevi e Adriano Olivetti (su alcuni di questi personaggi ci soffermeremo più avanti). Gendel fu anche colui che condivise con Marjory Collins un, assai noto, viaggio in Sicilia [17]. E la fotografa, a sua volta, fu tra quelle più attive nella documentazione del mondo lucano avvolto nella sua tradizionale miseria e in cammino verso forme di organizzazione sociale nuove, gradite all’opinione pubblica statunitense. Ancora in Lucania, e a stretto contatto con Carlo Levi, fotografò David (Chim) Seymour (anch’egli, come Cartier-Bresson, tra i fondatori della Magnum), Ester Bubley e Dan Weiner [18]. In Sardegna, invece, meta di un numero altissimo di fotografi internazionali (non soltanto americani), molti dei quali provenienti da quelle agenzie e quei gruppi impegnati che ho sopra ricordato, si recarono tra gli altri, oltre Seymour, Werner Bischof, Sheldon M. Machlin, Wolfgang Suschitzky. Alcuni di loro furono coinvolti nella documentazione delle attività riformiste gestite dalle agenzie italiane o straniere di trasformazione sociale. Penso a Suschitzky, impegnato nei primi anni Cinquanta a illustrare il lavoro svolto dall’ente regionale per la lotta alla malaria, con il sostegno di varie organizzazioni americane, tra cui la ’Rockfeller Foundation’, e a Machlin, che nel 1954, si reca nell’isola, assieme agli italiani Plinio De Martiis e Pablo Volta e in compagnia di Franco Cagnetta (le sue fotografie illustreranno diverse edizioni internazionali del celeberrimo studio dell’antropologo su Orgosolo) [19].

Complessivamente, però, l’antropologia degli studiosi stranieri in Italia, centrata sull’analisi della comunità e dei suoi meccanismi sociali e politici (con particolare attenzione per la famiglia, la parentela, il clientelismo, l’organizzazione dell’economia rurale), un’antropologia prolifica e interessante (pur con i limiti che sono stati spesso rilevati, soprattutto nel nostro contesto nazionale), è stata una scienza di parole e, a volte, di dati quantitativi, compendiati in immagini tabellari.

Il lavoro di Cancian a Lacedonia, in Campania, invece, realizzato con la macchina fotografica nei sei mesi di suo fieldwork, può considerarsi a pieno titolo un lavoro monografico, centrato sull’analisi della dimensione locale. Non soltanto per la completezza e la profondità dell’osservazione della vita sociale e culturale comunitaria, ma anche per la consapevolezza del giovane studioso, ancora largamente in formazione come antropologo, dell’importanza della fotografia quale strumento di esplorazione della realtà. Nonostante le immagini siano rimaste in archivio per oltre sessant’anni, nonostante l’input alla loro aggregazione in una narrazione compiuta venga oggi dall’esterno, l’intento originario dell’autore, la sua vicenda culturale e scientifica complessiva quale si sarebbe dispiegata negli anni seguenti con la realizzazione di altre monografie etno-fotografiche, la consistenza stessa del suo archivio, ritengo ampiamente giustifichino quanto ho sopra affermato.

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Foto 1.

Frank Cancian, Gente di Lacedonia, 1957.

© Archivio MAVI, Fondo Cancian, Lacedonia (AV); per gentile concessione del MAVI di Lacedonia (AV).

Un deposito di immagini

Le fotografie dedicate all’Italia fanno parte del più vasto archivio Cancian (d’ora in avanti tale sezione sarà indicata con la sigla AFC-Italia). A lungo custodite dall’autore, esse sono state donate, per sua volontà, alla comunità di Lacedonia, nel 2017, e sono oggi conservate in loco [20]. La donazione consiste in 1801 fotogrammi b/n, formato 35 mm., impressi su pellicola Kodak (Plus X 125 Asa e Tri X 400 Asa), posti in fogli contenitori, a loro volta custoditi in due scatole del formato 19x25 cm., accompagnati da fotocopie, con annotazioni e rinvii, dei fogli provino. Tali fogli originali, del formato di 18X24 cm., eseguiti nel 1957, sono conservati separatamente in un’ulteriore scatola, originariamente adibita a contenere carte fotografiche (Leonar-Leigrano della Werke Arndt & Löwengard, casa produttrice di Wandsbek, in Germania). I fotogrammi sono distribuiti in 57 rollini (ciascuno comprendente un diverso numero di scatti) contraddistinti dall’indicazione di serie A5 (omologa a quella dei fogli provino originali), seguita dalla numerazione progressiva, ma non lineare, da 101 a 403 (le sequenze di archiviazione sono da 101 a 103, da 201 a 218, da 301 a 347, da 401 a 403). Di tutta la serie è presente la riproduzione digitale organizzata in modo conforme e contraddistinta dalla sigla individuante A6, distribuita però su 71 documenti provino. Accompagna negativi e provini un appunto manoscritto dell’autore, dal titolo Lacedonian Negatives, del 25 settembre 2009, in cui sono date indicazioni di massima sul processo di archiviazione analogica e digitale.

Né i negativi, né i provini sono al momento archiviati nel rispetto degli specifici standard, anche se va osservato che i materiali, che appaiono in buono stato di conservazione, sono pervenuti così a Lacedonia direttamente dall’autore; alla data della mia osservazione, inoltre (settembre 2019), essi non erano ancora custoditi in locali idonei alla conservazione. Come sopra accennato, Cancian ha allegato ai negativi i file digitali, formato TIFF, muniti di documenti provino in formato pdf, conservati oggi su hard disk, fatti eseguire, sotto la sua direzione, attraverso gli Stati Uniti, in India [21]. Ai materiali fotografici si aggiunge un fascicolo di 75 pagine, contenente le note di campo autografe, vergate dal giovane studioso durante il periodo della sua permanenza nel paese irpino [22].

L’osservazione attenta dei provini dell’AFC-Italia rivela una complessità d’impianto dell’osservazione fotografica di cui, nel corso di questo scritto, tenterò di offrire, via via, ragione. Ogni singolo rollino mostra, al suo interno, una notevole compattezza tematica; difficilmente si salta da un argomento all’altro; i diversi topoi sono affrontati con sistematicità, con rinvii di fotogramma in fotogramma, con una graduale esplorazione del soggetto o del tema e con una progressiva ricerca per quel che concerne la resa linguistica. Le inquadrature dei singoli fotogrammi sono oltremodo precise; quasi mai questi ultimi necessitano di tagli o ritocchi per essere pubblicati in versione definitiva. La qualità tecnica è molto alta; rarissimi sono gli scatti che presentino imperfezioni tecniche di rilievo; molti quelli ripetuti di un medesimo soggetto che pongono l’imbarazzo della scelta rispetto alla resa estetica, così come rispetto alla pregnanza scientifica. Sui fogli provino, su cui sono frequenti i segni dell’autore, non sono rilevabili quelli che testimonino di opzioni d’inquadratura in fase di riproduzione. Non sono altresì presenti didascalie, che l’autore non ha redatto all’epoca, né nell’ulteriore fase di riordino del fondo per la donazione. La visione complessiva dei provini restituisce la sensazione di un lavoro condotto con grande sistematicità e determinazione nella prospettiva, cui ho fatto cenno e su cui dovremo ampiamente tornare, di una restituzione monografica del vissuto comunitario o, comunque, di quella parte che era possibile rappresentare attraverso la fotografia.

Sul piano più generale l’archivio fotografico di Cancian, costituitosi nei lunghi anni di sua formazione e lavoro sul terreno, si articola nelle immagini realizzate per piccoli progetti di diverso argomento e in ulteriori quattro nuclei importanti, oltre quello italiano, più strettamente connessi al lavoro etnografico; il primo, in ordine cronologico, è quello dedicato alla vita dei native Americans della riserva di Fort Apache nell’Arizona (con immagini 35 mm. b/n, realizzate nell’estate del 1955, in preparazione della tesi di laurea in filosofia presso la Wesleyan University di Middletown, nel Connecticut, i cui negativi sono stati donati alla tribù interessata); il terzo (il secondo è l’AFC-Italia) è quello riservato a Zinacantan, in Messico, esito di lunghi e reiterati soggiorni di terreno, condotti dal 1960 al 1992, formato da 4500 negativi 35 mm. b/n e da 200 slides 35 mm. colore, depositati presso l’Harvard University e l’University of California Irvine; il quarto è quello relativo alle addette alle pulizie domestiche della Contea di Orange, in California, realizzato ancora in pellicola tra il 2000 e il 2002, pubblicato nel 2006, restato nella facoltà dell’autore; il quinto, in formato digitale [23], presente in sue parti on line, è quello inerente alla vita delle Main Streets dell’University of California Irvine, intrapreso nel febbraio 2009, portato avanti nel 2011, mostrato tra il 2011 e il 2012, le cui immagini sono confluite nell’archivio della stessa università [24]. Alcuni di questi lavori hanno dato esito a testi monografici che arricchiscono la recente etnografia visiva americana, mentre altri sono visibili, come si è anticipato, on line [25]. Gli smoller projects cui sopra facevo riferimento, realizzati in parte in pellicola e in parte in formato digitale, sono titolati dall’autore Short Stories, Volleyball Dance e While Waiting e sono pubblicati, con brevi commenti di presentazione, sul suo sito web personale [26].

La scelta dell’antropologo, dunque, non è stata quella di mantenere nelle sue mani e di conservare unitariamente il patrimonio d’immagini realizzato nel corso del tempo, ma di collocarlo, attraverso donazioni mirate, presso quelle istituzioni che, in via d’ipotesi, potevano avere il massimo interesse a utilizzarlo e la massima disponibilità, pertanto, a valorizzarlo.

Frank Cancian, l’antropologo, il fotografo

Frank Cancian è nato negli Stati Uniti, a Stafford Springs, nel Connecticut, nel 1934, da genitori italiani: sua madre, Emma Lazzerin, proveniva da una piccola frazione (Forno) di Zoldo, in provincia di Belluno, sua padre, Francesco (Frank), era nato a Mogi das Cruses in Brasile, da genitori emigrati da Vittorio Veneto [27]. Mentre la madre, giunta in America nel 1903, a pochi mesi dalla sua nascita, con parte consistente della sua famiglia (in cui gli uomini erano maniscalchi, specializzati nella fabbricazione di chiodi), rimase stabilmente lì, il padre, nato nel 1901, tornò dal Brasile in Veneto con la famiglia, quand’era ancora bambino, per rimanervi un notevole lasso di tempo, finendo arruolato nella prima guerra mondiale come soldato dell’esercito italiano, per poi emigrare definitivamente negli USA nel 1922. Francesco, riferisce l’antropologo, proveniente da una famiglia di manovali edili, giunse a Stafford, piccola città colma di connazionali (tanto che gli affari negli stores venivano trattati sia nella lingua locale che in quelle degli immigrati), con una targhetta di destinazione cucita sui suoi vestiti, come era frequente allora per molti Italiani: lì egli incontrò Emma, già residente da tempo [28].

Le ascendenze italiane di Cancian sono restate come parte considerevole della sua formazione culturale e sono state all’origine anche del desiderio di vedere l’Italia al compimento degli studi universitari. Il suo essere, inoltre, in parte straniero, fu probabilmente importante, a quel che egli dice, nel determinare la vocazione di antropologo, nell’indurlo a immedesimarsi nella condizione di outsider e a volerla comprendere. Così Cancian ricostruisce, sinteticamente, gli anni antecedenti la laurea:

’I was born in Stafford on August 14, 1934, long before television, and grew up in the 1940s with ’Life’ magazine, the most prominent of the times. It featured photojournalism. As my family background directed me towards Italy, photojournalism pointed me towards the social sciences. I attended Stafford Schools, graduating, as normal, after 12 years. My graduating class, in 1952, included 12 boys and 24 girls. In 1944 my sister, Madeline, the second child, was born. My parents sent me to buy a simple Kodak camera. I dreamt more about becoming a photojournalist. During my senior year in High School, I was the photo editor of the ’High School Year Book’, that featured photographs of all the graduating seniors and showed activities of the people in other classes. I did many social and sports photos for the yearbook. The first darkroom I used for photography was set up in the cellar between the barrels of wine, made each year for family use. After Madeline was a baby, she took my bedroom and I was moved to a fine darkroom/bedroom in the attic of the house’ [29].

L’apprendistato fotografico di Cancian, dunque, come consueto all’epoca, fu artigianale e autodidatta; osservazione delle fotografie di ’Life’, solitari esperimenti, una pratica volontaria di osservazione dei procedimenti di sviluppo e stampa presso il laboratorio di un fotografo locale condiscendente, qualche lettura manualistica.

Terminata la high school, la formazione del futuro antropologo proseguì con la frequenza dei corsi di Philosophy presso la Wesleyan University di Middletown, ancora nello Stato del Connecticut. Qui ebbe maestri di prestigio, in particolare Louis Mink, innovativo filosofo della storia, tra i promotori del linguistic turn disciplinare, quale professore di logica; Robert S. Cohen, assistant professor di fisica e filosofia (prossimo a trasferirsi a Boston, dove avrebbe trascorso tutta la sua brillante carriera), docente di filosofia della scienza; e, soprattutto, David Park McAllester, etnomusicologo e antropologo, docente presso la Wesleyan dal 1947 al 1986, studioso della musica dei nativi americani, particolarmente dei Navajo e dei Comanche. Nel 1955, Cancian frequentò con Mink un corso di lingua e letteratura italiana, con la lettura di Fontamara di Ignazio Silone [30]; avendo maturato crediti formativi con McAllester, ottenne da questi l’assegnazione di una tesi di ricerca sul campo che gli consentì di conseguire la laurea nel corso dello stesso anno accademico. La sua tesi riguardò, come si è anticipato, una comunità di nativi americani ristretti in riserva, illustrati in aspetti salienti della loro vita produttiva, sociale, rituale, con un determinante impiego della fotografia. Ricorda sinteticamente Cancian:

’The photos were made in summer 1955. The thesis volume has 128 pages and in the photo section (pp. 5-58), there are more than 100 photos’ [31].

Nella prima pagina del lavoro si legge:

’The photographs that make up the body of this work were made during a six and one-half weeks stay on the Fort Apache Indian Reservation, Arizona, this last summer. The text and captions are offered as background for interpretation of the photographs. The appendix brings together information that will be, I hope, an aid to the student who wishes to make comparisons with other groups’ [32].

Una netta affermazione di metodo antropologico, dunque, e un rovesciamento, sin nel titolo come si è visto, del rapporto tradizionale tra testo e immagini; sono le fotografie che costituiscono la base del lavoro e gli apparati scritti consentono una contestualizzazione che guidi verso l’interpretazione. Una posizione teorico-metodologica assai precoce (l’autore aveva all’epoca 22 anni), del tutto innovativa nella prassi consueta dell’accademia americana come di quella internazionale. Una posizione del resto, che non mancò di sollevare dubbi negli stessi professori della Wesleyan (che tendevano a negare che una tesi di terreno realizzata con le immagini potesse essere considerata un lavoro accademico) su cui, come vedremo, Cancian avrà modo di tornare con scelte drastiche, assunte a difesa del suo stesso ruolo all’interno di quell’accademia cui avvertiva di voler appartenere. Ancora la pagina d’introduzione della dissertazione presenta, comunque, un caloroso ringraziamento al professor McAllester, illuminato sostenitore della fotografia negli studi sociali, per aver fornito la prima idea della tesi e per aver guidato e sostenuto l’autore nel portarla a termine e redigerla.

La lettura di Fontamara, con le sue sollecitazioni riguardo alla mentalità dei contadini, alla loro filosofia di vita, viene ricordata da Cancian come significativa nell’orientare ulteriormente il suo interesse per l’Italia rurale e meridionale. Ulteriormente, perché in realtà, come ho scritto, l’italianità della famiglia nel suo complesso, il fatto che ancora molti parenti fossero in Zoldo e, soprattutto, in Vittorio Veneto, la corrispondenza frequente tra nuclei, la preoccupazione per la guerra e lo stesso aiuto che i parenti americani avevano apportato, nell’immediato dopoguerra, a quelli italiani, avevano mantenuto sempre aperto un canale d’interesse, portando un respiro italiano nella vita del giovane americano [33]. Va sottolineato che il canale d’interesse offerto dalle letture e dalla personale vicenda andava, comunque, a poggiarsi su una diffusa curiosità culturale statunitense, che traeva origine dalle prime inchieste sociologiche sulle comunità di immigrati italiani (sollecitate anche dalla nascita di organizzazioni d’impronta criminale nel loro seno), dalla presenza di illustri economisti e meridionalisti esuli per via del fascismo, quali Gaetano Salvemini, che promuovevano una conoscenza critica delle realtà da cui erano fuggiti, e nuovamente dall’esperienza bellica che aveva portato, come soldati e ufficiali, numerosi intellettuali e studiosi, a volte di origine italiana, nel Mezzogiorno, dove si erano interessati alle condizioni di arretratezza che rinvenivano [34].

Ultimato il college, Cancian fece alcune domande per borse di studio per proseguire la propria formazione, tra le quali quella della ’Woodrow Wilson National Fellowship Foundation’ [35], che non ottenne, e quella del ’Fulbright Program’ per l’Italia, per altro a lui gradita per i motivi precedentemente esposti. Borsa annuale, quest’ultima, che gli fu assegnata nel 1956 per ricerche nel campo di sua competenza, la filosofia. Fu così che il giovane studioso giunse in Italia, dopo un viaggio per mare di due settimane svolto con gli altri assegnatari di grants, durante il quale conobbe e ricevette incoraggiamento per il suo lavoro dal poeta, letterato, traduttore di origini italiane John Ciardi, noto per la trasposizione in Inglese dell’Inferno dantesco. Ciardi, vale la pena evidenziarlo, era nato nel North End di Boston, il quartiere italiano, da genitori di Monocalzati, in provincia di Avellino, paese distante poche decine di chilometri da quello in cui Cancian si recherà per studio.

A Roma, Cancian fu ricevuto da un personaggio chiave per le relazioni culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti qual è stato la già menzionata Artom Scelba, che dal 1948 al 1988 ha diretto il ’Programma Fulbright ’in Italia [36]. A lei mostrò il proprio lavoro sugli Apache, partecipò il proprio desiderio di non occuparsi di filosofia (se non nel senso largo che più avanti vedremo) e di raggiungere una destinazione di terreno in cui svolgere ricerche di taglio antropologico. La direttrice del programma, con l’atteggiamento prammatico e sperimentale che caratterizzava l’iniziativa, soprattutto nel decennio 1948-’58, aderì alla richiesta e lo pose in contatto con Tullio Tentori che, per la seconda volta, era stato, poco prima, negli Stati Uniti nell’ambito degli scambi culturali legati al programma ed era divenuto una delle voci ascoltate per il suo settore scientifico [37]. Con analogo spirito liberale, e anche con aderenza allo spirito culturale che caratterizzava gli interventi americani all’epoca (molto sensibili alla documentazione filmica e fotografica), Artom Scelba consentì al ricercatore, dietro sua esplicita richiesta, di investire parte del proprio assegno destinato all’acquisto di libri nell’acquisto di pellicole fotografiche.

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Foto 2.

Frank Cancian a Lacedonia, 1957.

© Fotografo anonimo, Archivio Museo Antropologico Visivo Irpino (MAVI), Fondo Cancian, Lacedonia (AV); per gentile concessione del MAVI di Lacedonia (AV).

Secondo la prassi, Cancian fu prima destinato a un corso intensivo di lingua e cultura italiane, della durata di quattro settimane, presso l’Università per stranieri di Perugia, per poi tornare a Roma e scegliere la propria destinazione anche sulla base delle indicazioni di Tentori. Il quale dirigeva allora il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari (MNATP) dell’EUR, luogo in cui il giovane americano, che di lui conserva il ricordo di efficace e attento mediatore e di buon conoscitore della realtà sociale italiana e del Mezzogiorno, fu ricevuto [38]. Tentori aveva avuto già un’importante esperienza di lavoro nel Mezzogiorno, a Matera, con il gruppo di studiosi che lavoravano alla bonifica dei Sassi e alla progettazione del villaggio, in cui trasferire parte degli abitanti più disagiati, de’ ’La Martella’ e aveva maturato esperienze di lavoro e di scambio con un notevole gruppo di ricercatori americani presenti nel Sud [39]. Qualche anno avanti, durante il primo viaggio negli USA, già menzionato, egli era approdato, nel giugno del 1949, a Harvard e aveva brevemente collaborato, nell’ambito del Harvard Values Project, voluto da Clyde Kluckhohn, alla messa a punto del Value Orientation Method (VOM) [40], un questionario multilingue per l’analisi comparativa dei valori culturali, che aveva portato con sé nella stesura inglese e che era desideroso di testare sul terreno in Italia [41].

Proprio questo contesto di ricerca mi permette di tornare brevemente sulla presenza americana nel Mezzogiorno, cui ho fatto riferimento in apertura del saggio. Una presenza, come si è visto, politicamente orientata, ma basata anche su reali interessi di una parte del capitalismo illuminato. Nel suo saggio, prima ricordato, Lindsay Harris esplicitamente pone in relazione la tensione conoscitiva di tale capitalismo con il copioso sforzo documentario profuso. La studiosa individua nella rivista ’Fortune’, fondata da Luce, nell’opera di individuazione delle personalità creative del suo art director Leo Lionni, nell’azione politica di Clare Boothe Luce, moglie dell’editore e ambasciatrice statunitense a Roma, nel lavoro di Andrew Henry Berding, responsabile, nei primi anni Cinquanta, per i media e la propaganda dell’ Economic Cooperation Administration (E.C.A., ufficio concretamente preposto all’amministrazione del piano di aiuti dell’E.R.P.) e poi, dal 1957 al 1961, Assistant Secretary of State for Public Affairs, nei contatti con Friedmann e Olivetti, la filiera realizzativa del progetto de’ ’La Martella’, come di altri programmi di riforma e ricostruzione, ponendoli in relazione con la tradizione di lunga data dell’intervento nelle aree depresse e arretrate negli USA [42].

Tentoni, per tornare a lui, affidò, dunque, il questionario a Cancian, chiedendogli di tradurlo in Italiano e di adattarlo ad alcune caratteristiche del terreno nazionale; cosa che il giovane studioso fece, con la collaborazione di alcuni funzionari del museo, che lo aiutarono a superare i limiti di conoscenza della nostra cultura e della nostra lingua [43]. Ancora Tentori, pur lasciando la scelta definitiva della località di ricerca al giovane studioso, avendo sviluppato attraverso la sua lunga e varia collaborazione con enti di servizio sociale operanti nel Mezzogiorno un’ampia rete di relazioni con operatori culturali e assistenti sociali, gli suggerì Lacedonia dove operava, con quest’ultima qualifica, una coppia di due suoi validi collaboratori.

Stando alle note di campo redatte da Cancian, egli arrivò a Lacedonia il 5 gennaio del 1957, per poi ripartire definitivamente il 5 luglio dello stesso anno. Nel paese trascorse la maggior parte del tempo, se si eccettuano alcuni brevi sopralluoghi nei dintorni e a Roma. Vedremo più avanti in dettaglio le modalità e i percorsi che distinsero il soggiorno sul terreno. Mi preme per ora soltanto anticipare che il test dedotto dall’Harvard Values Project fu solertemente sperimentato dal giovane antropologo, che così ricorda l’esperienza:

’in Lacedonia, where prof. Tentori sent me, I worked with three men, including one mature, patient man, and did not have much success. To this day, I believe that the questionnaire was at fault’ [44].

Esaurito il soggiorno italiano, Cancian fece ritorno alla Wesleyan University sul finire del 1957, desideroso di mettere ordine nei suoi materiali e di proseguire l’attività fotografica che lo aveva fortemente preso sul terreno. Chiese, dunque, il permesso di lavorare nella camera oscura del Davidson Art Center, influente articolazione specifica della stessa università, diretto allora da Samuel Adam Green, un talentuoso curatore d’arte contemporanea, figlio del preside della Facoltà di Belle Arti, tra gli iniziali promoter della pop art americana e, in particolare, del primo Andy Warhol. Green gli consentì di avere alloggio in una stanza nel medesimo edificio, gli commissionò lavoretti di sopravvivenza da svolgere con la macchina fotografica e, osservato il lavoro di camera oscura relativo a Lacedonia, gli suggerì di organizzare una mostra e una conferenza, nel febbraio del 1958. Suggerì pure di mostrare il lavoro a Edward Steichen, da poco reduce dall’impresa ’antropologica’ della mostra The Family of Man, portando in visione 60 fotografie dell’Italia al MoMA; immagini che al grande maestro piacquero pur non giudicandole particolarmente adatte alle collezioni o alle sale del museo.

La mostra del ’58 e l’apprezzamento di Steichen andarono anche a rafforzare un rapporto di collaborazione con la ’Providence Journal Company’, nel vicino Stato di Rhode Island. E’ questo il momento dell’incontro con il fotografo Winfield I. Parks Jr., che aveva iniziato a lavorare per il ’TheProvidence Journal’ e che, in seguito, approderà al ’National Geographic’ magazine e alla ’National Geographic Society’, occupando, per molti anni, un posto di assoluto rilievo nel sistema editoriale della Società; incontro che si tradusse in un fattivo incoraggiamento al perseguimento dei propri interessi di fotografo giornalista. A iniziativa di Parks Jr., che aveva una netta predilezione per la narrazione fotografica, il giornale aveva infatti, nell’ultima pagina della sua prima sezione, uno spazio interamente dedicato a un saggio per immagini. Ogni giovane giornalista era stimolato a produrre fotografie che accompagnassero il proprio testo, secondo un format che si andava sempre più affermando negli Stati Uniti. La frequentazione della città di Providence ebbe una notevole importanza nella formazione del giovane fotografo-antropologo, considerando la sua notevole fisionomia cultuale e accademica, con la presenza di scuole e istituzioni di prestigio quali la Brown University, una delle università americane presenti nell’Eavy League, e la Rhode Island School of Design (con cui lo stesso Green aveva avuto rapporti); quest’ultima, promotrice di un aggiornato e raffinato interesse e di molte iniziative pubbliche riguardanti la fotografia, ospitò una nuova esibizione di Cancian [45]. Poco prima che egli, dopo aver presentato una reiterata application per il Woodrow Wilson Program, con indicazione delle Università di Harvard, Yale e Columbia, venisse assegnato alla prima destinazione richiesta per svolgere il suo dottorato [46].

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Foto 3.

Copertina di un numero della rivista The Rhode Islander, 27 aprile 1958, con articolo sul lavoro di Cancian.

© Anna Rosa Azzarello, 2019, Archivio privato Roma; per gentile concessione di Anna Rosa Azzarello.

Giunto a Harvard Cancian che, come si è visto, aveva già avuto un’esperienza di studio relativa ai nativi americani, condotta con il determinante impiego della fotografia, approdò presso il Department of Social Relations e presso Evon Zartman Vogt, Jr. Questi, americanista con vasta esperienza delle popolazioni indigene del Messico, durante i suoi anni come assistente a Harvard, assieme a Clyde e Florence Kluckhohn e a John M. Roberts, aveva co-diretto il ’Ramah Project’, la cui denominazione formale era ’The Comparative Study Project of Values in Five Cultures’. Un interesse, quello di Vogt, per lo studio dei valori culturali e per l’analisi comparativa (dedotto dal method of controlled comparison del suo professore, Fred Eggan), che certamente influenzerà il giovane studioso. Vogt, d’altra parte, fu ideatore, promotore e direttore, tra molteplici suoi incarichi e cariche, dell’ ’Harvard Chiapas Project’ e massimo esperto riconosciuto dell’area di Zinacantan, in cui, come vedremo, andrà a lavorare, accanto ad altri suoi allievi di prestigio, Cancian [47]. Inizialmente indirizzato, per familiarizzarsi con le lingue native (Náhuatl e Tzotzil), a San Cristobal de las Casas e poi spostatosi nel vicino centro, cui dedicherà duratura attenzione.

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Foto 4.

Frank Cancian, Guillermo (Yermo) Perez, suo interlocutore privilegiato, e sua moglie, Naching (Zinacantán), Mexico, 10 giugno 2012.

© Fotografo anonimo, Archivio Frank Cancian, Irvine (CA); per gentile concessione di Frank Cancian.

Alla produzione scientifica di Vogt, Cancian comunque era, come si vedrà, interessato da tempo, ma il maestro di Harvard si era meritato la sua attenzione anche per un lavoro, condotto in collaborazione con Kluckhohn e con il fotografo di ’Life’, Leonard McCombe, pubblicato in una monografia dal titolo, Navajo Means People [48]: un lavoro che riportava l’interesse sull’impiego della fotografia nella ricerca antropologica. Il PhD in Social Anthropology conseguito a Harvard nel 1963, sotto la guida scientifica di Vogt, determinò l’affievolirsi dell’interesse per l’Italia, la definitiva proiezione di Cancian sul terreno latino-americano e, in particolare nel Chiapas e a Zinacantan, il suo radicamento nel campo dell’antropologia economica e degli studi comparativi sulla disuguaglianza sociale. Naturalmente il Sud d’Italia e Lacedonia, in qualche modo, rimasero; perché i Sud del mondo un po’ si rassomigliano [49] e perché l’antropologia di Cancian teneva in gran conto l’analisi comparativa. Nella prima delle lettere da lui inviate, scriveva in proposito:

’the Italian experience was very important to much of my later work’ [50].

E in una seconda lettera, in risposta a una mia precisa domanda sulla persistenza dell’esperienza italiana, aggiungeva:

’I realized that it could all be seen as the same topic: relatively poor people in many countries, in small agricultural communities and patterns of social and economic inequality within their communities. Of course those communities exist in larger regional and national systems. I realized that the better answer [to you] is that I never left Lacedonia’ [51].

Cambiata regione del mondo, tuttavia, il suo lavoro di ricerca con la macchina fotografica prosegue, esercitandosi innanzitutto sulle zone del Messico oggetto della sua ricerca antropologica, in particolare sui Maya del Chiapas e sulla comunità di Zinacantan, ma anche sulle housecleaners della Contea di Orange in California e su altri aspetti della vita sociale americana contemporanea, compresa la stessa università. Tale lavoro è in parte restituito nei libri che sono stati prima ricordati, mentre dei suoi studi di antropologia egli ha reso conto in numerosi saggi apparsi su accreditate riviste e in quattro volumi che hanno stabilito punti fermi rispetto all’economia del cargo cult, alle dinamiche dello scambio ineguale, ai rapporto intercorrenti tra economia, vita pubblica e stratificazione sociale nell’area indagata [52].

La sua carriera accademica, parallelamente, iniziata con il ruolo di Instructor of Social Anthropology presso l’Harvard University nel biennio 1963-’64, proseguita con quello di Assistant Professor e di Associate Professor, rispettivamente presso la Stanford University e la Cornell University nel periodo 1964-’69, culminata con il conseguimento del titolo di Full Professor presso la Stanford nel 1969, lo ha visto insegnare infine presso l’University of California Irvine sino alla data del suo ritiro, nel 1999.

Ho sopra evocato scelte drastiche di Cancian a difesa del suo ruolo accademico. Egli ha sempre tenuto, infatti, a tenere separati i due campi di osservazione e studio della realtà, quello connotato in modo tradizionalmente accademico, espresso attraverso la scrittura, e quello fotografico. Per sua esplicita ammissione, abbastanza condivisa sulla base della mia esperienza professionale, la fotografia era valutata in modo negativo all’interno della compagine accademica e la sua pratica poco considerata. Soprattutto in un’antropologia, quale quella economica, assai prossima spesso all’analisi quantitativa, i dati soft forniti dalla fotografia avevano scarso credito e bassa considerazione; una forma di autodifesa, dunque, ha indotto l’antropologo a preferire le parole per esprimere compiutamente i concetti legati alla disciplina.

In Lacedonia, non soltanto un paese contadino

Il lavoro sugli Apache, come gran parte delle fotografie iniziali di Cancian, fu eseguito con due fotocamere tedesche, una Rolleiflex e una Retina IIa. Pochi giorni prima della sua partenza per l’Italia, però, queste macchine fotografiche, lasciate in un’automobile parcheggiata nei pressi di un luogo dove si svolgeva un convegno di antropologia cui era andato ad assistere, gli furono rubate. Con i denari dell’assicurazione, prima della sua partenza, gli fu possibile comunque acquistare a New York una Nikon S 2 con un obiettivo da 50mm. Durante il suo soggiorno nel nostro Paese, poi, sempre attraverso lo stesso negozio, gli fu spedito un ulteriore corpo macchina Nikon S 2 con ottiche da 35 e da 85 mm. La dotazione di base per svolgere un reportage antropologico, dunque era stata acquisita (e sarà a lungo conservata). Con questa attrezzatura Cancian lavorò a Lacedonia, portando con sé anche una tanica di sviluppo per i film. Questi furono trattati a Roma, nella stanza da bagno di un piccolo appartamento nei pressi del Vaticano, durante i brevi soggiorni di pausa dal terreno. La sistemazione complessiva dei materiali avvenne, come si è visto, al rientro negli Stati Uniti.

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Foto 5.

Taccuini Cancian.

© Anna Rosa Azzarello, 2019, Archivio privato, Roma; per gentile concessione di Anna Rosa Azzarello.

L’attività di Cancian in paese è stata registrata nei suoi taccuini, cui ho già fatto cenno, redatti con una certa continuità dal momento del suo arrivo sino a quello della sua partenza [53]. Se ne può agevolmente dedurre lo stile di lavoro che caratterizzò il suo soggiorno. Un frequente lasciarsi andare al ritmo della vita locale e all’iniziativa degli ospiti, condividendo il cibo, momenti festivi e giochi a carte, passeggiando e conversando per le strade e le piazze paesane, con la convinzione che la comprensione della dimensione locale e delle dinamiche paesane derivasse anche da ciò; uno scambio serrato, anche di natura culturale, con le sue ’guide native’ e con gli assistenti sociali di Tentori, e una frequentazione sistematica di alcuni interlocutori privilegiati (tra i quali spiccano Filippo Chiauzzi e Nicola Quatrale). Una partecipazione emotiva intensa e discreta al contempo, basata su una naturale capacità empatica; una sola nota, che chiude la settantacinquesima pagina del suo taccuino, mi preme ricordare in proposito per l’attenzione e il senso della misura che rivela:

’5/7/57 Friday 7 AM. At 5 30 this morning I was sitting on a hillock listening a woman talking about her son in Australia and mentioned her son in Turin. She cried and she talked: Non trovo pace più’.

Qualche annotazione, qua e là, che offre preziosi squarci indicativi in prospettiva storiografica, quale quella, su cui dovremo tornare, in cui, in risposta alla domanda di un interlocutore intorno alle sue convinzioni religiose, egli trascrive:

’I said I was not in any church but thought a lot [like] the Quakers’.

Un’attenzione a tematiche trasparentemente, nel suo caso, wesleyane, values, behavior, family context, work and economics, modernization and traditional resistence, farmers and landowners, peasants and unemployed intellectuals; una costante preoccupazione per l’esecuzione di fotografie, avvertite come indispensabile elemento di conoscenza della vita comunitaria, dei suoi ritmi come delle sue logiche profonde (ed è questo, come si comprende, l’elemento d’imprescindibile novità metodologica della ricerca di Cancian rispetto a quella degli altri colleghi stranieri e statunitensi impegnati nei medesimi anni nel Sud).

Più in particolare, però, dai taccuini emergono alcune cose che vale la pena ricordare.

La prima di tali cose riguarda quell’attenzione al lavoro di Vogt cui ho fatto sopra cenno, un’attenzione utile al fine di inquadrare storicamente l’esperienza italiana. In un appunto dell’8 gennaio 1957, si fa riferimento a lui, in rapporto allo studio del sistema di valori, affermando di non aver trovato in loco, tra i contadini, quello spirito di competizione e di ottimizzazione da lui riscontrato nelle aree di sua competenza. Ma soprattutto, in un altro appunto del 10 gennaio, si legge:

’This morning I read Vogt in Italian and put down many ideas on hypothesis about values to be investigated here’.

Non mi risulta vi fosse all’epoca una traduzione italiana di qualcuna delle opere di Vogt e ritengo di poter affermare, dunque, che si tratti di un errore di scrittura (forse egli voleva annotare di aver letto - tradotto - Vogt in Italiano a qualcuno; la memoria di Cancian qui non ci sostiene). Al di là del, già ricordato, libro del 1951, in collaborazione con McCombe e Kluckhohn, al 1957 Vogt aveva scritto, stando all’attendibile bibliografia pubblicata da Marcus, tre opere centrate sul sistema dei valori cui si fa riferimento nell’appunto, oltre che un articolo sui modelli d’insediamento preistorico nel nuovo mondo, per Cancian probabilmente di ben minore interesse [54]. La lettura evocata potrebbe essere, dunque, di uno dei testi in Inglese riportati in nota, considerato anche l’orientamento sulla medesima tematica di Tentori; forse proprio quello iniziale sui Navajo, tenendo presente l’attenzione di Cancian per gli Apache. E’ questo un argomento di notevole interesse, perché, a tutt’oggi non è stato delineato, da noi, in modo sufficientemente nitido, il quadro critico di partenza del giovane studioso; l’atteggiamento, per lo più implicito, con cui si è guardato, sin qui, al suo lavoro nel nostro Paese è quello di considerarlo una sorta di esperienza iniziale e iniziatica poco ancorata, data la giovane età e il processo formativo ancora in fieri, a un orizzonte netto di riferimento teorico-metodologico. L’idea di letture di Vogt portate sul terreno, invece, congiunta con la modellistica harvardiana trasmessa da Tentori (sperimentata, come si è visto, senza molto successo) dotano l’approccio a Lacedonia, malgrado le inevitabili oscillazioni legate al tipo di esperienza inaugurale, di una base di coerenza notevole [55]. Nella prima nota, del resto, del saggio su Lacedonia, su cui ci soffermeremo più avanti, tra coloro che sono ringraziati vi è anche Vogt.

La seconda cosa che i taccuini ci trasmettono è un focus tematico della ricerca molto differente da quello che parallelamente guidava de Martino, in un’area non molto distante. Si tratta di un tema ben noto (quello della differenza tra il nostro etnologo e quelli che lui appellava, con malcelata contrarietà, ’gli americani’), cui ho già accennato di sfuggita sopra e che sembrerebbe superfluo evocare in questa sede. Se si riflette, tuttavia, sull’ampiezza della documentazione fotografica prodotta, che disegna una vera monografia di comunità, la comparazione non apparirà del tutto superflua o fuori luogo.

Negli stessi giorni di maggio del 1957 in cui Cancian è a Lacedonia [56], de Martino, dal 17 al 28, è ad Albano di Lucania, per un soggiorno esplorativo dedicato al tema della vita magica. Si tratterà di uno dei pochi inserti di natura ’comunitaria’ presenti nell’opera demartiniana (costituirà un capitolo di Sud e magia), ma la centratura è su un orizzonte di marcato arcaismo, sganciato da una immediata cornice di riferimento sociale (di Albano scorgiamo soltanto alcuni desolati squarci paesaggistici, mentre conosciamo l’estrema condizione d’indigenza in cui versano i suoi abitanti, che si affidano alla magia come strumento compensativo e reintegrativo rispetto alle minacce fisiche e psichiche connesse con la loro condizioni deprivilegiata) [57]. A Lacedonia Cancian non riscontra vita magica. Si sofferma, certamente, su aspetti della vita ’tradizionale’, l’usanza di mettere gli spiccioli in tasca ai morti, le feste di San Filippo, della Madonna delle Grazie, del Corpus Domini e della Santissima Trinità, la banda, i giochi popolari e i fuochi d’artificio. Ma, per esempio, riguardo alle feste, l’attenzione è dedicata al gioco sociale che attorno alla loro organizzazione e al loro svolgimento si svolge, alla posta in gioco della loro realizzazione (mentre l’osservazione partecipante fa sì che, come ci ricorda in un passaggio dei taccuini, egli stesso si associ ai portatori della statua). La dimensione folklorica, quale era più o meno presente negli studi italiani coevi, è del tutto assente. L’Albano di de Martino è abitata da contadini e braccianti poverissimi, la Lacedonia di Cancian presenta una stratificazione di classe ben più complessa, cui egli dedica molta attenzione: vi sono i braccianti, i contadini, i possidenti, la piccola borghesia rurale, gli intellettuali disoccupati, i benestanti e gli amministratori (benestanti in quanto amministratori e amministratori in quanto benestanti). E poco conta che sicuramente Albano presentasse una struttura sociale più elementare di Lacedonia: i due paesi sono stati scelti, con consapevolezza, proprio per le loro caratteristiche sociali. De Martino ricerca i relitti del magismo popolare che gli consentano di dominare teoreticamente l’ipotesi degli scarti culturali causa e conseguenza della miseria e dell’arretratezza del Mezzogiorno. Cancian guarda con attenzione alla situazione economica di base del paese, legata alla terra, al suo possesso, alle migliorie agrarie, alla capacità cooperativa, alla mentalità rispetto al possesso e alla conduzione delle proprietà. Ma guarda, con eguale attenzione, al movimento che incessantemente trascina gli abitanti su e giù per le strade del paese, oziando perché senza occupazione, giocando a carte per intrecciare relazioni di alleanza e di conflitto, sfoggiando l’abito buono che marca una differenza sociale, entrando e uscendo dal bar o dalla trattoria, luoghi nei quali si tesse la trama dei rapporti sociali. Il disegno complessivo della possibile monografia su Lacedonia, mai scritta da Cancian ma ben delineata nella trama delle sue fotografie, resta nei taccuini sullo sfondo, ma ne vediamo con sufficiente chiarezza le linee portanti (non abbiamo mai nette affermazioni di ordine teorico o metodologico, ma la filigrana di scelte implicite). Con tutta evidenza la dimensione comunitaria per Cancian è altamente significativa rispetto a una condizione generale e rivelatoria di meccanismi socio-culturali che altrimenti sfuggirebbero; per de Martino è una tessera sussidiaria che può contribuire a un processo di conoscenza che necessita di un’esplorazione su scala assai ampia e di un’integrazione storico-culturale di vasta profondità.

La differenza di registro teorico-metodologico che rilevo, del resto, si rispecchia nella stessa scrittura delle note di terreno, se si prendono come termine di paragone quelle scritte da de Martino in Lucania durante la ricerca dell’ottobre 1952, fortemente collegate con i materiali di Albano del 1957 nel comporre il libro sulla magia meridionale [58]. Non è certo questa la sede per una valutazione approfondita della scrittura demartiniana dei taccuini, cui è stato dedicato, da Gallini, un minuzioso lavoro di ricostruzione filologica, in parte compendiato nei volumi testé ricordati in nota. I taccuini, fortemente connessi e complementari con quelli di Vittoria De Palma, sua stretta collaboratrice sul terreno, sono ricchi di appunti, note, trascrizioni di materiali folklorici, dati quantitativi e inerenti agli aspetti pratici della ricerca (e in questo non differiscono molto da quelli di Cancian), ma non mettono in scena il ricercatore, né la sua nutrita èquipe. Il ricercatore appare invece nelle note di viaggio che, come in modo esplicito scrive de Martino, rappresentano una ’prima elaborazione di appunti presi sul posto’. Qui, sin dal suo perentorio incipit (’ho chiesto a Luigi Dragonetto …’), l’autore compare con forza lungo un percorso di elaborazione che attinge a una finissima qualità letteraria, oltre che a una dimensione teorica esplicita: ’cifra stilistica di de Martino - ricorda Gallini - è la tendenza [nei taccuini] al ricorso a una terminologia ’colta’ all’interno di una costruzione sintattica strutturata, che contiene già embrioni di una apertura verso la narratività’ [59].

Nulla di simile nei taccuini di Cancian. Essi costituiscono un insieme di appunti, a volte approssimativi quanto a rifinitura della scrittura, in cui il soggetto, l’autore, compare con tutta la sua quotidiana vicenda, con il suo affanno e la sua divertita curiosità, con la costante interferenza nella vita dei mediatori culturali, degli interlocutori privilegiati, dei nativi. Questi appunti, inoltre, sono fatti per ricordare ed elaborare, eventualmente, successivi stadi della ricerca (non della scrittura) e, con tutta evidenza, non sono destinati a tradursi in alcuna narrazione letteraria. Una narrazione che va costruendosi, invece, come si potrà osservare, con una certa sistematicità e un profilo alto, nelle immagini fotografiche.

Le linee portanti della ricerca di Cancian a Lacedonia sono espresse in forma di compiuta elaborazione nell’unico saggio da lui scritto sul Mezzogiorno italiano e sul paese, circa tre anni dopo la fine del suo soggiorno di terreno [60]. Un saggio che non verte in realtà, come era abbastanza consueto nella letteratura specialistica dell’epoca, in modo frontale e diretto sulla comunità osservata, ma che affronta essenzialmente alcuni nodi polemici, in riferimento alla monografia mainstream (cui ho già fatto cenno), apparsa nel 1958, di Banfield su Chiaromonte in provincia di Potenza, paese non molto distante dal nostro [61].

Ho già fatto cenno alla formazione antropologica di Cancian al momento del suo arrivo nel nostro Paese. Vorrei ora, invece, meglio inquadrare l’esperienza italiana, ponendola sullo sfondo delle altre situazioni di ricerca in corso, svolte da studiosi stranieri. Come ho in parte anticipato in apertura, nel lasso di tempo che intercorre tra il 1957 e il 1960, rispettivamente anni del fieldwork e della pubblicazione del saggio, nel Mezzogiorno italiano, seguendo le date di pubblicazione dei loro report sull’argomento, avevano lavorato Anderson, Cappannari, Cassin, Friedmann, Lopreato, Moss, Thomson, Peck, Pitkin, Sanders. Molti di loro, in effetti, sono citati in bibliografia da Cancian, alcuni sono da lui ringraziati per essere stati utili nella fase di preparazione del suo scritto. Ma è, in particolare, su Friedmann che vorrei soffermarmi: il saggio che egli aveva scritto nel 1953 è citato spesso nel nostro testo e richiamato in passaggi fondamentali [62]; il giovane studioso, inoltre, si mostra sensibile verso temi e argomenti, quale quello del ruolo e della funzione degli intellettuali paesani, a esempio, presenti nella descrizione del ’mondo della miseria’. Ma è, soprattutto, nell’idea di un’impossibilità dei contadini del Sud di considerare la Storia in termini oggettivi, di essere soggetti al suo lavorio ma di non poterla determinare; nella considerazione della loro inabilità a costruire comunità ovvero della difficoltà ’of constructing and directing their own social, political and economic life’ (Friedmann), che Cancian, mi sembra molto si riconosca [63]. E tale riconoscimento non soltanto appare nel testo, ma traspare in controluce anche nelle note di campo che fortemente risentono, per così dire, di un’aura friedmaniana, un’aura sostenuta anche dalla comune formazione disciplinare orientata dalla filosofia: si pensi alla notazione sui quaccheri prima ricordata, a fronte dell’esplicita attenzione di Friedmann al pensiero che animava il movimento e alle sue concrete iniziative in Italia [64].

Lo scritto di Cancian si distingue per alcune caratteristiche, a quel che mi consta non rilevate dallo pubblicistica scientifica nazionale. Per la sua coraggiosa onestà polemica, innanzitutto. Cancian, che fu tra i primi a intervenire nell’annosa polemica che il libro sollevò [65], era un giovane ventiseienne in formazione presso la stessa università (Harvard), in cui Banfield, influente professore quarantaduenne, insegnava dal 1959. Influente e, aggiungo, conservatore, collaboratore di appartenenza repubblicana di molte agenzie governative, consulente, più tardi, di Richard Nixon e di altre amministrazioni statunitensi espresse dal Grand Old Party. Fu proprio il libro su Chiaromonte, del resto, che gli propiziò il titolo di professore a Harvard, nonché le prestigiose collaborazioni istituzionali.

Le obiezioni di Cancian alle tesi di Banfield si muovono in due direzioni: la prima, quella dalla più immediata ricaduta politica, in senso relativistico, comparativo, olistico; la seconda, più teoreticamente fondata, che riporta nel comune terreno degli studi sui valori, e nell’ambito filosofico (quell’ambito nel quale, come abbiamo visto, lo studioso si era formato e che ancora considerava, analogamente a Friedmann, quale aspetto specifico legato ai modi di elaborazione del pensiero di una determinata cultura nativa).

Lacedonia, dunque, non è una comunità rappresentativa di un intero mondo; non è paragonabile in modo meccanico ad altra realtà (statunitense) coeva; non è monoliticamente centrata su se stessa, ma possiede tratti relazionali marcati; non è semplice, come appare il paese di Chiaromonte tratteggiato da Banfield. Scrive Cancian:

’Leonard Moss reminded me (personal communication) that Professor Tullio Tentori, director of the Museum of Popular Arts and Traditions in Rome, has often pointed out that there are many South Italys, that each village represents a cosmos and a culture by itself. On the basis of limited experience in several parts of Southern Italy, I would agree that Professor Tentori’s caution is an important one’ [66].

Ricordando come la comunità lacedoniese sia composta da braccianti, studenti, professori, signori, proprietari, artigiani, etc., Cancian delinea un sistema relazionale complesso. Ciascuna di queste definizioni sociali e professionali, infatti, egli scrive,

’Indicates many things about the person, but their most consistent use in conversation is to indicate rank with respect to each other and the peasant (contadino)’.

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Foto 6.

Frank Cancian, Gente di Lacedonia, 1957.

© Archivio MAVI, Fondo Cancian, Lacedonia (AV); per gentile concessione del MAVI di Lacedonia (AV).

Alla posizione dei piccoli intellettuali déracinés, per dirla con Pierre Bourdieu (i professori in pectore, gli studenti disoccupati), portatori in paese di una modernità subita e mal governata, sovente percepita come fatale, Cancian dedica, come ho accennato, un’attenzione assai marcata, pur nei limiti di uno scritto breve, ritenendo le loro persone (cui, come vedremo, è dedicata un’affettuosa e attenta descrizione fotografica) indicatrici di quel potente gap tra visione del mondo e controllo effettivo della realtà che appare uno dei tratti caratteristici del paese. Un paese, definito in alcuni suoi tratti essenziali di diversità, rispetto alla realtà anglo-sassone e americana considerata da Banfield come esplicito e implicito termine di paragone gerarchizzante del mondo, anche attraverso il metro semantico del suo linguaggio (si ricordino le osservazioni, da noi abbastanza riprese, sulla traduzione nativa delle parole leader e community).

Banfield, poi, aveva poggiato, com’è noto, parte importante delle sue considerazioni sulla nozione di ethos, desunta, come egli stesso ricorda in una nota della sua opera, senza ulteriore problematizzazione o teorizzazione, da William Graham Sumner, uno dei primi sociologi americani, noto come conservatore e abbastanza misconosciuto, ma in realtà precoce elaboratore di una vasta serie di concetti e termini che, nelle scienze sociali posteriori, avrebbero avuto largo e convenzionale impiego [67].

Non posso entrare qui nel merito della complessa questione connessa con la nozione di ethos in antropologia, con il differente uso fattone da Gregory Bateson (eidos ed ethos), da Bourdieu (eidos, ethos, ethique, habitus, hexis), da Clifford Geertz, e con il dibattito teorico che ne è scaturito. Ricorderò soltanto che Geertz, in un suo saggio del 1957, postula una netta distinzione, se non contrapposizione, tra ethos, concetto connesso con gli aspetti morali ed estetici di una cultura data, e world view, concetto legato agli aspetti cognitivi ed esistenziali [68]. E proprio questa distinzione viene ripresa, sia pur in termini diversi, dal giovane Cancian e va a sostanziare il suo dissenso da Banfield su quel piano filosofico che prima ricordavo. Si tratta di una questione centrale, che possiede ricadute significative sull’interpretazione del mondo contadino meridionale, quale lo aveva osservato Banfield a Chiaromonte e quale l’aveva osservato, grosso modo nello stesso lasso di tempo, Cancian a Lacedonia.

Banfield opera una distinzione netta tra political behavior ed ethos su cui questo poggia, attribuendo ai due termini sostanziali relazioni di adesione isomorfica. Per Cancian il concetto di ethos, va sostituito con quello di world view. Un concetto che raccoglie parte dei caratteri presenti nella definizione di Geertz, il quale aveva precisato che la world view,

’is [the] picture of way things, in sheer actuality are, [the] concept of nature, of self, of society. It contains [the] most comprehensive ideas of order’ [69].

Per Cancian, infatti, che non ricorda il saggio di Geertz nel suo testo [70] (ma che ipotizzo potesse averlo letto), la visione del mondo presenta livelli complessi e interrelati, di difficile interpretazione, ma si pone come una flessibile cornice realistica in grado di dare un senso alle cose nel loro manifestarsi nella realtà quotidiana e in rapporto alla rigidità e pervasività del potere. Vincolando, dunque, il comportamento politico a una nozione rigida e non stratificata come quella di ethos, si perviene a un modello centrato su una sola possibilità di spiegazione, caratterizzato da una presenza inaccettabile di inference. Mentre, se si sostituisce una concezione aperta, permeabile agli aspetti percettivi e relazionali, quale quella di visione del mondo, i processi arbitrari di inferenza sono messi sotto controllo, la pluralità delle risposte relative al comportamento politico si delinea, il modello comunitario si dispiega in tutta la sua, ben maggiore, complessità.

Il disaccordo di Cancian nei confronti di Banfield sembra manifestarsi, dunque, non tanto e non solo nell’interpretazione e nell’uso concreto dei dati di terreno (cha a volte, anzi, tornano attraverso la propria esperienza), quanto nell’avere scelto un modello teorico chiuso e vincolante, che stabilisce la logica deduttiva e culturale del gruppo studiato in modo inferenziale, ponendosi al riparo dalla sperimentazione empirica: un modello attraverso la cui applicazione non si poteva non giungere a risultati che mortificavano la complessità del vissuto comunitario e che erano incapaci di dare spiegazione della divaricazione tra comportamento politico e visione del mondo. In un suo passo Cancian osserva:

’The peasant’s view that the world of people is stratified and responsibilities divided: and the expectations which follow from this view. This is the major element of world view which Banfield missed. My disagreement with him centers on this point’.

E poco dopo, ancora mettendo l’accento sulla meccanicità e sull’univocità di una visione che scaturisce dall’applicazione del concetto di ethos, afferma causticamente:

’In any case, like the linguist who returns from the field and declares that the language studied has no phonemes, the social scientist who finds no norms, except one based on a crude model of economic man, must be sent back for another long look before his conclusions are accepted’.

Poste queste basi concettuali, la rappresentazione di Lacedonia che scaturisce dallo scritto di Cancian si distingue da quelle (non soltanto da quella di Banfield) che identificano le comunità del Mezzogiorno come comunità distinte da una compatta e chiusa impronta contadina. Riferendo della visione del mondo del contadino del suo paese, egli ricorda in un passaggio fondamentale dello scritto:

’It is crucial to note that the peasant does not see the whole world as similarly hopeless. In fact, he applies this idea of incapacity only to himself in his present environment. Most other classes of people are able to better themselves, even if somewhat limited by environment; and the peasant himself feels that he could do better if he could get a job in a northern factory or somehow get to America. These are, of course, realistic views, and they are noted only to emphasize how the peasant distinguishes himself and his situation from other people and other situations. […] The peasant believes that the world of people is stratified and the responsibility for various types of action divide; and, with special reference to ’public’ action, he believes that there is a special class of people whose business such action is, that these people, not peasants, are inevitably in power, and that he has no place but to hope and vote for a government that will help him’.

Questa interpretazione più attenta e, se mi si consente un termine che può sembrare impressionistico, più perspicace, di un microcosmo meridionale, ha un suo preciso ed esteso riscontro nell’ampia ricerca fotografica realizzata da Cancian. Ne abbiamo già visto le dimensioni e i caratteri di base. Analizzando i provini si può comprendere come l’antropologo osservi con grande attenzione la vita sociale comunitaria e lo faccia con quel sentimento di curiosa apertura che si manifesta nei suoi scritti (taccuini e saggio), non disgiunto da un desiderio di comprendere il lato oscuro della società osservata, manifesto attraverso arretratezza, emigrazione, disoccupazione, disparità sociale, sfiducia, disincanto, un rapporto problematico e inceppato con l’incombente modernità. E nel suo racconto, come ho anticipato, non ci sono soltanto i contadini poveri; c’è la piccola borghesia rurale, sospesa tra tradizione e innovazione, ci sono i proprietari benestanti e i disoccupati intellettuali (quella middle class su cui spesso si sofferma, a volte con stupore, nei taccuini), ci sono i bambini e gli adolescenti che si affacciano al mondo con atteggiamenti diversi, talvolta di diffidenza, talvolta di abbandono, ci sono le figure femminili, con la loro polimorfa fatica di donne di casa, di contadine o di braccianti, di lavandaie, di trasportatrici di pesi; con la loro evidente e intelligente ironia in molti casi. Lacedonia è descritta con metodicità, un’attitudine che non sorprende se si tiene presente che la fotografia è spesso evocata nei taccuini come compito euristico, incombenza e preoccupazione.

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Foto 7.

Frank Cancian, Gente di Lacedonia, 1957.

© Archivio MAVI, Fondo Cancian, Lacedonia (AV); per gentile concessione del MAVI di Lacedonia (AV).

Le campagne circostanti l’abitato, il paese stesso nel suo skyline di colline e di case, gli interni contadini e i particolari del loro arredo, le soglie da cui si entra e si esce, l’incessante movimento della piazza e del corso principale, i vicoli e gli slarghi appartati, i nudi campi, il lavoro rurale nelle sue attività agro-pastorali e artigiane, gli animali, alcune fattorie esemplari nelle quali si alloga un’umanità bisognosa, descritta con minuti particolari, le figure sociali di spicco, il prete, il carabiniere, la guardia municipale, i maggiorenti, il maestro e la sua poverissima scuola, divisa tra servizio pubblico e attività d’inquadramento sociale, tanto più ambigua quanto più rilevante è la marginalità dei piccoli allievi, il bar, l’osteria, i giochi a carte, l’ascolto collettivo della radio e le conversazioni maschili nello spazio pubblico, l’arredo paesano, le feste religiose e le processioni, i giochi popolari, le bande musicali e le loro performance, la gente, con un sapiente indugio sulle fisionomie e sui dettagli che restituisce un intenso e profondo spaccato umano, l’antropologo stesso, quasi sempre con la sua camera al collo, impegnato nel cerimoniale che sostiene la sua presenza in loco. L’ho già scritto in apertura di questo saggio, ma desidero ribadirlo: nessun antropologo che abbia studiato il Mezzogiorno d’Italia in quegli anni ci ha lasciato un più vivido e completo ritratto di comunità. Un ritratto, per altro, non soltanto fotograficamente pregevole, ma organizzato secondo le nette linee conoscitive che ho tentato sin qui di riassumere.

Sulla formazione fotografica di Cancian mi sono già soffermato. Il fotogiornalismo americano e la rivista ’Life’, la pratica di laboratorio che, assai spesso, costruisce una filosofia dell’immagine, con la sua mistica dell’accuratezza, del dettaglio, della qualità tecnica. Un’esperienza di terreno, in una riserva indiana nel Nord America (che rivela una notevole capacità descrittiva, ma una più acerba lucidità nella costruzione del progetto e mezzi linguistici più limitati). Cancian non addita altro. Al suo arrivo in Italia il già ricordato Un paese, cui per qualche verso il suo lavoro può essere accostato, era stato pubblicato da due anni, ma egli al momento non lo conosceva. L’esperienza scientifica e documentaria connessa con il lavoro demartiniano non gli era nota, così come un’idea piuttosto vaga egli aveva del Neorealismo e delle sue prescrizioni politiche ed estetiche (I was and I intended to remain an American in front of the Italian reality, afferma in proposito in un passaggio della nostra corrispondenza) [71]. Anche la grande tradizione della fotografia realistica concerned statunitense, però (Jacob Riis e Lewis Hine, la Photo League, la Farm Security Administration), secondo la sua testimonianza, non gli era particolarmente familiare, anche se va osservato come gli echi di quelle esperienze nella fotografia reportagistica e, più in generale, nel gusto fotografico americano, fossero diffusi e sedimentati; così come gli era ignoto il lavoro dei fotografi americani che visitavano il Sud in quegli anni, sopra ricordato. La già menzionata indagine sugli Apache rinvia, per certi versi, alle fotografie malinowskiane alle Trobriand, e quelle di Bateson e Margaret Mead a Bali (senza, naturalmente, l’esaustiva sistematicità di quell’esperienza), e probabilmente queste fotografie etnografiche avranno costituito un modello di riferimento, essendo la lettura e lo studio dei classici dell’antropologia, anche a livello di graduation, un’ampia e consolidata abitudine statunitense.

Fatto sta che l’impianto metodologico e linguistico del giovane antropologo alle prese con il suo terreno italiano, dentro il quadro di un maturo realismo, appare radicalmente nuovo e sostenuto da una volontà di sperimentazione evidente; rispetto ai modelli narrativi impiegati nel Mezzogiorno dagli antropologi (o da alcuni fotografi con spiccata sensibilità antropologica) italiani, Cancian è in anticipo di molti anni [72]. Alcuni esempi. Il ritratto è spesso tradotto in due o più scatti (a volte caratterizzati da distanze o lunghezze focali differenti), che sono accostati per attinenza o per dissomiglianza, in modo da introdurre a una percezione più profonda e complessa dei soggetti, ovvero a una dimensione interpretativa. Torna qui in mente Bateson quando dichiara:

’each single photograph may be regarded as almost purely objective, but juxtaposition of two different or contrasting photographs is already a step toward scientific generalization’ [73].

E in effetti la giustapposizione è uno dei moduli che il giovane antropologo sperimenta con efficacia, costruendo sovente narrazioni che non si risolvono in un unico fotogramma.

A volte i ritratti sono incorniciati o inscritti in un elemento architettonico o urbanistico che serva a evidenziare alcuni loro tratti caratterizzanti: un bisogno di partecipazione e affidamento o, al contrario, una perplessità o una presa di distanza.

Le situazioni sono seguite nel tempo, con una precisa scelta che sacrifica l’immagine singola alla serie. Frequentemente sono utilizzate sequenze con inquadratura fissa, dedicate all’esplorazione della dinamica sociale e del comportamento nello spazio (le notevolissime immagini che chiudono la selezione qui pubblicata testimoniano con precisione questo modus operandi): Cancian fa molto affidamento su tale tecnica d’indagine cui attribuisce un alto valore dal punto di vista fotografico ed etnografico:

’I think, with the ethnographic photography, the strongest thing you can do sometimes, and what a lot of the famous photographers do, is frame the background - Cartier-Bresson, the genius, did this - and let people walk through it’ [74].

Spesso il particolare prende il posto del tutto, con una rinuncia alla compiutezza estetica compensata però dalla cura posta nell’evidenziare il carattere segnico dell’oggetto o del soggetto raffigurati (una posizione, una postura o un gesto, un dettaglio del vestire, un atteggiamento, etc.). I ritratti sono eseguiti sul posto, senza alcuna preparazione preliminare (se non quella legata alla frequentazione e all’interessamento etnografico) e si pongono realmente come soglia, come punto d’incontro tra il ricercatore e i soggetti nativi, secondo quei criteri di mediazione e di descrizione densa che, molti anni dopo, come ho accennato, ho tentato personalmente di praticare e di teorizzare [75]; sono ritratti in cui, con una percezione antropologica netta, assai distante da quello di molti fotografi del Mezzogiorno italiano, chi fotografa va incontro a chi è fotografato. A volte, particolarmente nel caso di persone con cui lo studioso ha avuto modo d’intrattenere rapporti privilegiati, il singolo ritratto si apre a raggiera, includendo via via i soggetti a lui vicini o con cui intrattiene una relazione importante, con un attento studio psicologico e ambientale. La ricerca dell’immediatezza del rapporto, nel ritratto, si traduce in una densa restituzione d’informazioni concrete e di aperture sulle realtà profonde dei soggetti raffigurati. Soggetti restituiti con trasparente fiducia nel carattere indicale della fotografia, senza alcuna forzatura in senso iconico e simbolico, con un atteggiamento sicuramente lontano dall’oggettivismo neo-positivistico, ma ben radicato nel presupposto realistico della fotografia legata al mestiere d’antropologo.

Cancian mostra di credere profondamente nel potere di svelamento antropologico della fotografia. Una fotografia che deve possedere un suo preciso punto di vista e che deve contribuire a rendere esplicito tale punto di vista agli altri, additando la sostanza nascosta della realtà evidente. Egli scrive:

’I am a documentary photographer with a point of view. I prefer ordinary things—things that are not officially important. While recording the everyday world I often look for the exotic in ordinary situations and for the ordinary in what many people see as exotic’ [76].

E ancora, commentando alcune sue immagini:

’For me, the most interesting thing is the ordinary: if you can communicate the beauty of the ordinary, showing what people are doing, how they’re holding their hands’ [77].

Una pratica svolta con umiltà e trasparenza, dunque, quella fotografica, lontana dalla tensione iconica che animava la fotografia coeva nel Mezzogiorno d’Italia, nella quale egli sembra trasporre parte considerevole della deontologia disciplinare:

’I like to take pictures where people do their regular activities—in homes, workplaces and temples. It’s best when people know me and know that I am there to take pictures, or when a person they know vouches for me or blesses my project. In these settings people usually get bored with me after an hour or two, and go back to their own activities. Public places, where people who are involved in their own activities usually ignore me, are also good’ [78].

Mi sembra di poter richiamare qui ancora una volta un’istanza batesoniana, non soltanto rispetto all’opzione per la visibilità dell’azione di ripresa fotografica nella pratica antropologica, per la raccomandazione a far dimenticare, piuttosto che a nascondere, la presenza della camera fotografica sul terreno, quanto rispetto all’importanza della rappresentazione ordinaria della realtà al fine di documentarne le strutture profonde.

Naturalmente c’è da interrogarsi sulla posizione che il visibile e il rappresentabile detengono nella documentazione complessiva del tessuto culturale e sociale di una comunità. Cosa sappiamo della Lacedonia del 1957 attraverso le immagini di Cancian? Cosa queste hanno potuto restituire della località?

Se affidiamo alla fotografia il compito di restituire la realtà, sia nella più ingenua declinazione oggettivistica (la realtà com’è), sia nella più avvertita prospettiva interpretativa e autoriale (la realtà come io la vedo), il visibile e il rappresentabile saranno sempre una parte minima del tutto e la fotografia etnografica non potrà non avere una funzione ancillare e illustrativa. Se invece, come mi sembra Cancian abbia fatto, attraverso la fotografia si punta alla rappresentazione dei processi, delle dinamiche, delle connessioni (tra uomini e uomini, tra uomini e ambiente, tra uomini e divinità), la traccia fotografica della comunità tenderà a essere autosufficiente e, tendenzialmente, completa. Se l’impronta visibile punterà a rendere semplicemente la morfologia della cosiddetta realtà, essa sarà costretta a cedere il passo a forme di restituzione che sappiano andare oltre la morfologia; se essa, invece, saprà andare oltre l’apparenza statica per costruire una proiezione delle dinamiche in atto, potrà aspirare a un’attendibile autonomia. Certamente non sapremo, attraverso le immagini qui presenti, quali fossero le strategie matrimoniali vigenti in quegli anni a Lacedonia, per fare un solo esempio, ma conosceremo, del matrimonio (di cui esiste in archivio una notevole sequenza legata alle sue forme rituali) e della famiglia, una tale massa di informazioni relative alle dinamiche affettive, relazionali, comportamentali, logistiche, da rendere altrettanto chiara, pur se per diversa via, la sua funzione nel contesto locale. E proprio in questa prospettiva di autosufficienza etnografica della fotografia, ritengo vada letta l’assenza di didascalie in tutto l’archivio.

Naturalmente, per ottenere questo genere di fotografia occorre possedere una singolare disposizione teoretica a fronte della realtà, oltre che mezzi tecnici in grado di tradurla. Bisogna saper far parlare la realtà, piuttosto che discutere su di essa. A Cancian, in definitiva, nuovamente, mi sembra, si addica l’opzione espressa da Bateson in un suo passaggio:

’we tried to use the still …[camera] to get a record of Balinese behavior, and this is a very different matter from the preparation of ’documentary’ […] photographs. We tried to shoot what happened normally and spontaneously, rather than to decide upon the norms and then get Balinese to go through these behaviors in suitable lighting. We treated the camera in the field as recording instruments, not as devices for illustrating our theses’ [79].

A monte di tutte le scelte qui richiamate, mi preme evidenziarlo, un costante rispetto per i soggetti, nessun pregiudizio ideologico nei confronti degli schemi della rappresentazione, ma una volontà di sperimentazione dentro una cornice di rapporti umani vissuti in piena reciprocità.

Immagini e criteri. Verso un paradigma interpretativo

Le 1801 fotografie dell’AFC-Italia riassumono i principali temi visivi toccati da Cancian e percorrono idealmente, in sequenza, il paese, la piazza, il bar, i luoghi di soglia tra interno ed esterno e gli scorci d’interni, per soffermarsi poi sulla piccola scuola rurale allogata in locali di fortuna in una masseria nei pressi dell’abitato, sul lavoro nelle campagne e sulle sue pause, sulle due feste della Madonna delle Grazie e di San Filippo, sui personaggi fissati attraverso l’acuta ritrattistica istantanea, sul movimento del corso principale del paese ripreso in definite unità di tempo per osservare quel che accade sul palcoscenico naturale dove la comunità incessantemente si rappresenta, sull’antropologo stesso ripreso, a opera dei suoi più stretti frequentatori, all’interno di tale palcoscenico;.

La selezione delle immagini presentata nel volume di cui questo saggio rappresenta introduzione risponde ad alcuni criteri di base che, in conclusione, vorrei brevemente esplicitare

Il primo di questi criteri è stato quello di restituire, nei limiti del possibile, la monografia comunitaria che, con tutta evidenza osservando il corpus completo di immagini presenti nell’AFC-Italia, mi è sembrato l’autore avesse intenzione di costruire. Ho inteso restare fedele, pertanto, a un percorso restato sottotraccia e che mi sembrava doveroso far emergere. Come ho già scritto, vi era una monografia su una comunità nel Mezzogiorno, rimasta inedita (o quasi), che era urgente restituire alla comunità scientifica di riferimento; vi era una lacuna da colmare e un tassello da riempire. Spero, in questa prospettiva, che la mia scelta sintetizzi in modo abbastanza attendibile la Lacedonia che l’occhio tecnico-scientifico di Cancian ebbe modo di vedere, anche se sono consapevole del carattere discreto di ogni operazione di selezione e, dunque, del fatto che il paese da restituire in immagine avrebbe dovuto avere tutt’altre dimensioni rispetto a quelle presenti, un po’ come la qui spesso ricordata Bali descritta da Bateson e Mead nel loro ponderoso volume.

Ovviamente non sfuggirà all’osservatore il fatto che questa scelta è discreta anche nel senso di essere frutto di una visione personale non del tutto sovrapponibile, malgrado i miei sforzi, a quella dell’autore. Cancian, tuttavia, nel trasferire ad altri la responsabilità della custodia e dell’uso delle proprie immagini, ha in qualche misura loro delegato il compito di riorganizzarle secondo percorsi narrativi nuovi, certamente rispettosi della propria visione del mondo, ma funzionali a sensibilità differenti e a diverse circostanze. Si è creata, con ciò, una possibilità nuova d’uso delle immagini, qualcosa cui sono stato e sono molto interessato e che ho provato a mettere in pratica in altre occasioni, quella della costruzione congiunta di un testo iconico [80]: l’autore delle immagini mi ha guidato, oltre che attraverso i nessi visivi presenti nel suo archivio, attraverso gli scritti cui ho fatto sopra riferimento e il dialogo epistolare. La mia opera, dunque, è stata d’interpretazione (e di montaggio) di un ampio testo già largamente strutturato. La Lacedonia qui restituita è frutto di una sorta di processo di traduzione, che l’autore delle immagini ha largamente orientato attraverso la logica complessiva del suo lavoro scientifico e del suo archivio, attraverso i nessi visivi presenti in ciascuna immagine o gruppo di immagini, e che io ho portato a termine.

Il secondo di questi criteri è stato quello di cercare di restituire a chi guarda certamente il percorso scientifico seguito da Cancian nell’approcciare e rappresentare la realtà lacedoniese, ma anche la cura estetica da lui profusa nella confezione delle immagini e l’istanza sperimentale che lo ha guidato. L’autore ha tentato di far dialogare sempre le ragioni scientifiche, estetiche e di sperimentazione linguistica, e ogni immagine è andata a sostanziare un percorso narrativo complesso, di cui ho cercato di rendere conto nelle pagine precedenti. Rispetto al narrare per immagini un contesto comunitario, una località, un peculiare gruppo umano, con un taglio specificamente etnografico e antropologico, il suo, come ho anticipato, è stato un lavoro d’avanguardia, che conserva non soltanto rispetto alla coevità, ma anche a molte delle esperienze che sono seguite, un tratto pionieristico assai marcato.

Il terzo di questi criteri, forse il più impegnativo, è stato quello di suggerire il processo di scrittura per immagine di una realtà, nella sua articolazione nascosta. Lacedonia, nel 1957, era un paese sospeso tra passato e futuro, abitato da un presente poco compreso e poco condiviso, legato ancora a strutture e comportamenti consuetudinari capaci di dare un senso all’esistenza, ma già inconsapevolmente proiettato verso una nuova condizione di marginalità dipendente. Cancian ha cercato di tradurre questa realtà in immagine rinunciando a ogni ipoteca oggettivistica e documentaristica, adoperandosi per renderla anche attraverso l’esplicitazione dei nessi segnici che legano e strutturano un discorso autoriale; ho tentato, a mia volta, con sentita partecipazione, di rintracciare tali nessi.




[1Curata da chi scrive, esposta da ottobre 2020 a gennaio del 2021 nella Sala delle Colonne. Si veda Un paese del Mezzogiorno italiano. Lacedonia (1957) nelle fotografie di Frank Cancian - An Italian Southern Town. Lacedonia, (1957) in Frank Cancian’s photographs, Roma, Postacart, 2020.

[2A lui, che ha attivamente collaborato alla stesura di questo saggio, e che è scomparso il 24 novembre 2020, in memoria, e a Sarah Shiori Mahoney un sentito ringraziamento per aver reso possibile, la raccolta delle notizie relative a un percorso di vita e di ricerca che era, nel nostro Paese, all’avvio della mia ricerca, quasi del tutto sconosciuto. Ringraziamento che va esteso a Giuseppe Bianco, a Michele Citoni ad Antonia Pio, ad Antonio Pignatiello, per aver messo a mia disposizione, con generosità, tutti i materiali e le informazioni relativi a Cancian in loro possesso; a Luciano Blasco, Antonio Di Conza, Francesco Aquilanti, per la loro attiva collaborazione, ad Anna Rosa Azzarello per l’assistenza nella raccolta dei materiali a Lacedonia; a Giordana Charuty, Giacomo Daniele Fragapane e Antonello Ricci, per aver letto e commentato la prima stesura di questo saggio.

[3Per la ricostruzione degli eventi, al di là delle fonti primarie costituite dai materiali di campo di Cancian, mi sono avvalso delle informazioni contenute in due interviste con lui realizzate, rispettivamente da Citoni, nel 2017, e da me, nel 2019, e in un carteggio che ho intrattenuto da giugno del 2019 a maggio del 2020. La citazione puntuale della fonte in nota viene effettuata soltanto nei casi in cui sia necessaria per la migliore comprensione dei passaggi del testo. Prime notizie dell’esistenza e dell’importanza del lavoro di Cancian ho fornito in Frank Cancian e Lacedonia, in ’Voci. Annuale di Scienze Umane diretto da Luigi. M. Lombardi Satriani’, XVI, 2019, pp. 308-312.

[4Per sintetizzare, senza alcuna pretesa di esaustività, e con margini temporali abbastanza flessibili (alcuni tra gli studiosi qui ricordati hanno operato, o iniziato a operare, agli inizi degli anni Sessanta, altri nei Cinquanta), da un lato abbiamo l’esperienza di Ernesto de Martino in Lucania e Salento, condotta con la collaborazione di una nutrita équipe di giovani ricercatori e operatori dell’immagine; e poi quelle di Diego Carpitella, Franco Cagnetta, Clara Gallini, Annabella Rossi, Amalia Signorelli, Tullio Seppilli, Manlio Rossi Doria, Gilberto Antonio Marselli, Guido Vincelli, Rocco Mazzarone, Tullio Tentori, Danilo Dolci, Alessandro Pizzorno e altri, praticamente in tutte le regioni del Sud. Dall’altra quelle di Edward Banfield, Anton Block, Anne Parsons, Frank Cancian, Leonard Moss, Walter H. Thomson, Stephen C. Cappannari, Alan Lomax, Andreas Fridolin Weis Bentzon, Helen Cassin, Donald S. Pitkin, Paul Stirling, Friedrich G. Friedmann, George Peck, Sydel Silverman, Irwin Sanders, Walter Sangree, Gallatin Anderson, Joseph Lopreato, Robert Redfield, Jeremy Boissevain, John G. Peristiany, Ann Cornelisen, John Davis, Neville Colclough, Holger Rasmussen, Jean Meyriat, Jane e Peter Schneider e altri, anch’essi sparsi in svariate contrade meridionali.

[5Voglio ricordare, a esempio, il caso paradossale di Peck, di cui scrive Friedmann (e che quest’ultimo ebbe a parteciparmi personalmente qualche anno prima della sua scomparsa), non bene accetto negli ambienti scientifici italiani di sinistra, ma cui fu ritirato dall’Amministrazione americana il passaporto e ingiunto di lasciare l’Italia perché amico di Rocco Scotellaro e che, negli Stati Uniti, fu allontanato dall’insegnamento in quanto filo-comunista; o quello dello stesso Friedmann, ricercatore ebreo e antifascista, professore presso l’Arkansas University, guardato con diffidenza per le sue posizioni politiche complessive dagli intellettuali e studiosi italiani di orientamento marxista e messo a distanza, soprattutto per la sua frequentazione con l’ambasciatore americano James David Zellerbach, con importanti incarichi delle Nazioni Unite, imprenditore oltre che capo, per l’Italia, dell’’[European Recovery Program’ (E.R.P.). Si vedano F. G. Friedmann, Miseria e dignità. Il Mezzogiorno nei primi anni Cinquanta (a cura di A. Musacchio e P. Toscano), San Domenico di Fiesole (FI), Ed. Cultura della Pace, 1996 e G. A. Marselli, Sociologia del vecchio e del nuovo Mezzogiorno, in AA.VV., Storia del Mezzogiorno, vol. xiii, Roma, Edizioni del Sud, 1990, pp. 175-233. Su Friedmann si veda anche, introduttivamente, F. Papafava, Friedrick George Friedmann, in Belfagor’, 67, 2, 2012, pp. 173-185.

[6Domenico De Masi, a esempio, cui si deve l’edizione critica di una delle opere più importanti della letteratura scientifica statunitense nel nostro Mezzogiorno, su cui dovremo ampiamente ritornare, nella sua introduzione scrive, a proposito degli studiosi stranieri: ’sono accomunati da un atteggiamento di sufficienza riformista, volontarista, illuminista, paternalista, anticomunista e interclassista’. E ancora (retoricamente ed estendendo poi il sospetto anche a tutti gli studiosi italiani che aiutarono nelle loro ricerche gli stranieri): ’è un puro caso che i sociologi americani, affluiti in Italia in così gran numero e con tanta disponibilità di denaro, fossero tutti anticomunisti, o le loro ricerche rispondevano a un preciso disegno del governo e delle fondazioni statunitensi per tenere sotto controllo i partiti marxisti e la classe operaia dei paesi ’alleati’?’. D. De Masi, Arretratezza del Mezzogiorno e analisi sociologica, in E. C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, (a cura di D. De Masi), Bologna, il Mulino, 1976, pp. 7-31 (le citazioni alle pp. 12-13 e 15).

[7Precisa percezione di queste problematiche si riscontra, a esempio, in alcune posizioni dell’antropologia radicale americana, già a partire dagli anni Sessanta (dal 1964, anno di varo del famigerato progetto Camelot, che indusse, anche a partire dalle analisi di Charles Wright Mills, un vasto movimento di riflessione tra gli studiosi di scienze sociali). Si veda l’assai noto I. L. Horowitz (a cura di), The New Sociology, Essay in Social Science and Social Theory in Honor of C. Wright Mills, New York, Oxford University Press, 1964. Il volume curato da Horowitz, assieme ad altri, fondamentali per la comprensione di questa congerie culturale, sono ricordati nell’illuminante studio di Clara Gallini, Le buone intenzioni. Politica e metodologia nell’antropologia culturale statunitense, Rimini, Guaraldi, 1974. Sul progetto Camelot si veda ancora I. L. Horowitz, The Rise and the Fall of Project ’Camelot’, Cambridge, MIT Press, 1967; su alcune posizioni dell’antropologia radicale americana, si veda G. Guidorossi, Antropologia e marxismo negli Stati Uniti, in ’Rassegna Italiana di Sociologia’, XXI, 3, 1979, pp. 387-431.

[8Penso al sodalizio intellettuale intercorso tra Scotellaro e Peck (la cui ricerca produsse un saggio, Some general conclusions on problem of Southern Italy based on study of Tricarico in Lucania, del 1950 [Archivio di Stato di Matera - Fondo ’Rocco Mazzarone’, 578, dattiloscritto], rimasto inedito, ma la cui lettura rivela la notevole presa di distanza dell’antropologo dalle tecniche degli ’American type of community studies’, p. 1); penso alla funzione assolta da Mazzarone, la cui vicenda bellica, attraverso la sua prigionia e il suo servizio di volontariato sanitario, lo aveva avvicinato al mondo anglosassone, che si pose come ponte tra le diverse istanze italiane e straniere, favorendo avvicinamento e dialogo; penso all’indagine sui Sassi di Matera, su cui brevemente mi soffermerò più avanti, che vide accanto, unificati dalla figura chiave di Adriano Olivetti, studiosi dei due campi. Fu proprio, del resto, attorno all’ipotesi olivettiana che si coagulò, a mio avviso, il più approfondito esperimento di discussione e collaborazione. Per un saggio, si veda I contadini, in ’Comunità’, X, 39, 1956, pp. 22-33, che pubblica, attorno a un avvio di discussione della rivista, interventi dialogici di G. Blas Tejeira, F. Friedmann, D. Pitkin, R. Redfield, J. T. Sanders, T. Tentori.

[9Per una critica alle posizioni degli studiosi americani (e stranieri), con particolare riferimento al saggio di Banfield prima ricordato, si veda A. Pizzorno, Amoral Familism and Historical Marginality, in ’International Review of Community Development’, 15-16, 1966, pp. 55-66. Più in generale mi sembra di poter osservare che le, assai note, prese di distanza da parte di de Martino, il più autorevole dei ricercatori italiani, fondavano, oltre che su quella manifesta diffidenza politica e su quel background scientifico radicalmente diverso che ho sopra menzionato, su un’imprecisa valutazione di correnti e autori importanti dell’antropologia straniera, mentre quelle, relativamente più tarde, di alcuni studiosi di scienze sociali, tra i quali Pizzorno, seppero declinare in modo ravvicinato la critica intellettuale ai modelli di approccio stranieri, con risultati analitici più puntuali. Per la comprensione del contesto storico in cui si afferma la diversità demartiniana nei confronti dell’esperienza straniera nel Mezzogiorno, si veda introduttivamente V. Lanternari, Ernesto de Martino etnologo meridionalista: vent’anni dopo, in ’L’Uomo’, I, 1977, pp. 28-56. Per un rigoroso inquadramento critico sulla formazione demartiniana, si veda G. Charuty, Ernesto De Martino. Les vies antérieures d’un anthropologue, Marseille, Édition Parenthèses/MMSH, 2009 [trad. ital. di A. Talamonti, Ernesto de Martino. Le precedenti vite di un antropologo, Milano, Franco Angeli, 2010].

[10Non è possibile, in questa sede, per la sua estensione, richiamare tale pubblicistica. Rinvio ad alcuni studi che presentano un panorama attendibile e alla bibliografia in essi contenuta. Cfr. L. W. Moss, Ricerche socio-culturali di studiosi americani, in ’Bollettino delle ricerche sociali’, 1, 6, 1961, pp. 502-518; G. A. Marselli, Ricerche sociali, riforma agraria e sviluppo comunitario, in ’Nord e Sud’, 1962, 29, 90, pp. 97-128 e 30, 91, pp. 91-111; W. A. Douglas, Issues in the Study of South Italy, in ’Current Anthropology’, 16, 4, 1975, pp. 620-625; R. Mazzarone, Studiosi americani in Basilicata negli anni Cinquanta, in ’Basilicata’, 22, 1-3, 1978, pp. 45-48; E. Imbriani, Gli studi di comunità in Basilicata, in ’Studi etno-antropologici e sociologici’, XXV, 1997, pp. 21-36; {}M. Minicuci, Antropologi e Mezzogiorno, in ’Meridiana’, Mezzogiorno in idea, 47-48, 2003, pp. 139-174; C. Biscaglia, Studi sulla Lucania degli anni Cinquanta e la funzione del Centro di documentazione ’Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra’, in ’Bollettino storico della Basilicata’, 22, 2006, pp. 319-350.

[11L’inchiesta nel suo complesso è inedita. Le fotografie sono custodite presso la Fondazione Corrente in Milano. Selezioni delle immagini, più o meno ampie, sono state pubblicate in F. Faeta, S. Piermarini (a cura di), Melissa 1949-1979. Trent’anni di rilevazione fotografica sulla condizione e la cultura delle classi subalterne, Vibo Valentia, Qualecultura, 1980 e in G. Chiti, T. Nicolini, Sulla terra. Fotografie di Ernesto Treccani a Melissa, 1950-60, Milano, Fondazione Corrente, 2004. Un resoconto critico relativo al lavoro fotografico di Treccani a Melissa fornisce il mio Lo sguardo di Melissa. Una nota sul realismo etnografico di Ernesto Treccani, in Fotografi e fotografie. Uno sguardo antropologico, Milano, Franco Angeli, 2006, pp. 103-112.

[12Le fotografie sono custodite presso l’Archivio Zavattini in Roma. Per un loro ampio saggio si veda F. Faeta (a cura di), Arturo Zavattini fotografo in Lucania, Milano, Federico Motta Editore, 2003.

[13Si veda C. Zavattini, P. Strand, Un paese, Torino, Einaudi, 1955. Ma un’anticipazione del lavoro e della sua peculiarità culturale era già stata offerta dagli autori attraverso un saggio apparso nei fotodocumentari di ’Cinema Nuovo’ diretto da Guido Aristarco. Cfr. C. Zavattini, P. Strand, 25 ritratti, in ’Cinema Nuovo’, 53, 1955, pp. 137-144. Sul backstage di questa impresa culturale si veda E. Gualtieri (a cura di), Paul Strand Cesare Zavattini. Lettere e immagini, Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, Archivio Zavattini, 2005; L. Gasperini, A. Ferraboschi (a cura di), Paul Strand e Cesare Zavattini. Un paese, la storia e l’eredità, Cinisello Balsamo (MI), Silvana Editoriale, 2017.

[14Si veda H. Rasmussen, Paesi e campagne del Sud. Ricerche etnologiche nella Calabria e nella Basilicata degli anni’50 (a cura di O. Cavalcanti), Soveria Mannelli, Rubbettino, 1997.

[15Si veda D. Olienas, U. Lucas, T. Agliani (a cura di), La Sardegna nelle fotografie di Andreas Fridolin Weis Bentzon, Cagliari, Iscandula, 2007. Per una lettura di taglio antropologico del lavoro fotografico dell’etnomusicologo danese, si veda A. Ricci, Andreas Fridolin Weis Bentzon: una fotografia ’avventurosa’, in I suoni e lo sguardo. Etnografia visiva e musica popolare nell’Italia centrale e meridionale, Milano, Franco Angeli, 2007, pp. 69-83.

[16Per un saggio di tali immagini (inizialmente pubblicate in Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera, Saggi introduttivi, Roma, UNRRA-Casas - Prima giunta, 1956), si vedano La Lucania di Henri Cartier-Bresson, con testi di R. Mazzarone e G. Appella, Roma, Edizioni della Cometa, 1990; Henri Cartier-Bresson: la Basilicata, ’Du’, 7, 1974. Per un inquadramento storico-critico del lavoro del fotografo in Lucania si veda C. Biscaglia, Rocco Mazzarone e la Lucania nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson, in F. Mirizzi (a cura di), Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografie in Lucania, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 226-246.

[17Si veda Milton Gendel, fotografie 1950, Palermo, Sellerio, 1988. Il volume contiene uno scritto di Gendel che illustra le ragioni del viaggio con Collins e aspetti del retroterra di politica culturale statunitense che era alle sue spalle.

[18Cfr. L. Harris, Il volto umano del big business: fotografia documentaria americana a Matera (1948-1954), in ’RSF - Rivista di studi di fotografia’, 9, 2019, pp. 30-53. L’autrice si sofferma in modo dettagliato sul lavoro nel Sud di Collins, Bubley e Weiner. Per Seymour si veda, a esempio, il suo impegno, a fianco di Levi, nelle campagne di lotta contro l’analfabetismo in Calabria; cfr. G. Hendel, C. Naggar, K. Priem (a cura di), They did not stop at Eboli. UNESCO and the Campaign against Illiteracy in a Reportage by David (Chim) Seymour and Texts by Carlo Levi (1950), Parigi-Berlino, UNESCO and De Gruyter, 2019.

[19Si veda, a proposito di questi autori, La fotografia in Sardegna. Lo sguardo esterno: gli anni del Dopoguerra, Nuoro, Ilisso, 2009.

[20Presso il Museo Antropologico Visivo Irpino (MAVI), fondato nel 2017 e il cui patrimonio è ancora in via di formazione. Al MAVI si deve, unitamente alla pro-loco, all’Amministrazione Comunale di Lacedonia, all’Associazione culturale ’La Pilart’, un’azione di valorizzazione delle immagini, basata su esposizioni in sede locale, giornate di studio, il patrocinio di un concorso fotografico, il sostegno alla realizzazione della mostra presso il MuCiv di Roma, la promozione di un’opera di studio del fondo condotta in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno. Per le modalità attraverso le quali si è giunti alla donazione delle immagini alla comunità di Lacedonia, si veda F. Cancian, Lacedonia. Un paese italiano, 1957, Delta 3 Edizioni, senza indicazione di luogo e di data (ma Lacedonia, 2013). Per una prima introduzione all’AFC-Italia, con un’intervista all’antropologo e immagini del suo ritorno in Italia, nel 2017, si veda il film 5X7. Il paese in una scatola, regia di M. Citoni, colore, produz. M. Citoni per MAVI, ’La Pilart’ e Pro Loco ’Gino Chicone’, Italia, 37 m.

[21Lo scanner utilizzato è stato il Super Coolscan 9000 della Nikon. L’acquisizione è stata effettuata a più riprese in anni recenti; la risoluzione sia orizzontale che verticale è di 4000 dpi; le dimensioni variano dai 17 ai 20 MB a seconda dei singoli file. Una seconda digitalizzazione dei negativi, limitatamente a 165 immagini, è stata effettuata, per le esigenze della mostra del MuCiv, presso lo studio Digid’a di Davide di Gianni in Roma, nel marzo 2020.

[22Una prima trascrizione e traduzione del documento è stata effettuata da Michele Arpaia.

[23Dal 2003 Cancian abbandona le fotocamere analogiche. Le fotocamere digitali usate sono la Nikon D300, la Canon Powershot A640, la Canon G12, la Nikon D100. FC; lettera del 13 dicembre 2019.

[24Le fotografie sono state esposte presso il Fine Art Center dell’Università di Irvine, dal 30 settembre al 29 ottobre 2011, e presso il Courtyard Study Luonge dello Student Center, sempre a Irvine, nel Winter Quarter 2012.

[25Si vedano, F. A. Cancian, A Photo-Ethnography of the White Montains Apache, Wesleyan University, Honors College, Class of 1956; F. Cancian, Another Place: Photographs of a Maya Community, San Francisco, The Scrimshaw Press, 1974; Id., Orange County Housecleaners, Albuquerque, University of New Mexico Press, 2006; Id., Lacedonia. Un paese italiano, 1957, cit. Di quest’ultimo libro esiste una tiratura privata dell’autore, stampata in Canada da Hemlock Printers nel 2017, che presenta testi esclusivamente in lingua inglese. Rispetto all’dizione italiana l’ordine delle immagini è leggermente mutato e il volume presenta una post-fazione dell’autore (Addendum. Two Editions and a Museum. Personal Notes, pp. 109-111). Le fotografie di Lacedonia, prima dell’edizione del libro del 2013, avevano avuto limitatissima riproduzione a stampa; si vedano essenzialmente F. A. Cancian, Lacedonia, a photographic essay, in ’The Rhode Islander’, 27 aprile 1958, pp. 6-12; F. Cancian, The Southern Italian Peasant, in ’News Bulletin - Institute of International Education’, October 1959, pp. 26-31.

[26Cfr. www.frankcancian.net; ultima consultazione, 21 novembre 2019. 

[27Per un ragguaglio storico-statistico della cospicua emigrazione da Zoldo negli USA e, in particolare, a Stafford, si veda R. J. Favretti, Jumping the Puddle. Zoldani to America, private printing, Dexter, MI, Baker Johnson, 2002. Devo questa indicazione, e la consultazione del libro, all’amabilità di Cancian.

[28FC; intervista del 9 ottobre 2019.

[29Ivi.

[30FC; intervista del 9 ottobre 2019; lettera del 18 novembre 2019. Fontamara e Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi alimentarono fortemente l’immaginario americano nei confronti del Mezzogiorno italiano. Il primo libro, per altro, era stato tradotto in Inglese, per i tipi di Penguin Book, già nel 1934, e fu oggetto di una riduzione teatrale, operata da Victor Wolfson, di notevole successo, presentata per la prima volta a New York nel 1936; il secondo, con il titolo Christ stopped at Eboli, apparve, a opera della casa editrice Farrar, Strauss & Giroux di New York, nel 1947.

[31FC; lettera del 18 novembre 2019.

[32F. A. Cancian, A Photo-Ethnography of the White Montains Apache, cit., s.i.p., ma p. 1.

[33FC; intervista di Michele Citoni del 10 agosto 2017.

[34E’appena il caso di ricordare qui le, assai note, considerazioni della Commissione Dillingham del 1911, le inchieste sugli immigrati italiani di Franz Boas e di Paul Radin. Si vedano, in proposito L. W. Moss, Ricerche socio-culturali di studiosi americani, cit., e R. Mazzarone, Studiosi americani in Basilicata negli anni Cinquanta, cit.

[35La Fondazione aveva un programma di borse di studio devoluto, nell’immediato periodo post-bellico, al sostegno all’insegnamento e alla ricerca universitaria statunitense, a seguito del decremento di natalità del periodo intorno alla metà degli anni Trenta.

[36Vi è una letteratura assai estesa sul programma, sui suoi intenti, sui suoi risvolti sociali e sui suoi esiti politici che in questa sede non è possibile richiamare. Mi sembra utile rinviare invece, riassuntivamente, a un’estesa relazione circa il quarantennio di attività svolto dal programma in Italia sotto la sua direzione, scritta dalla stessa Scelba. Si veda C. Scelba, Fulbright Story Series – Part I: I primi 20 anni del Programma Fulbright in Italia 1948 - 1968; Part II: I secondi 20 anni del Programma Fulbright in Italia 1968 - 1988, 23 Aprile 2008, in ’The U.S.-Italy Fulbright Commission’, 31 agosto 2015, consultazione on line del 28 ottobre 2019.

[37Il primo soggiorno americano di Tentori, durato sei mesi, ricchissimo di spostamenti, contatti, scambi, esperienze, seminale per molti sviluppi dell’antropologia culturale in Italia, risale al 1949, e fu propiziato da una borsa di studio per una fellowship del Viking Found (poi, pochi anni più tardi, trasformatosi nella Wenner Green Foundation), legata a un progetto di studio sulle popolazioni native americane (differenze tipologiche tra archi e frecce di tribù dislocate in aree diverse del Paese). Questa borsa di studio fu propiziata dalla presenza di Artom Scelba, al momento anche responsabile dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma. Il secondo soggiorno, sostenuto dalla borsa Fulbright, era avvenuto nel 1953-’54, su invito di Robert Redfield, Robert Lowie e Milton Singer e aveva comportato l’impegno a tenere un corso presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università di Chicago. Ricavo queste notizie non soltanto dagli appunti relativi ad alcune conversazioni dirette avute con Tentori sul finire degli anni Novanta, ma anche dal suo volume autobiografico, ricco di indicazioni e riferimenti, dal titolo Il pensiero è come il vento. Storia di un antropologo, con prefazione di G. Di Cristofaro Longo, Roma, Edizioni Studium, 2004. Per un attendibile resoconto storiografico della posizione di Tentori nel panorama nazionale si veda E. V. Alliegro, Antropologia italiana. Storia e storiografia, 1869-1975, Firenze, SEID, 2011, ad indicem e, in particolare, pp. 476 e segg.; Id., Tullio Tentori, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, vol. 95, 2019, pp. 343-345.

[38Non vi è traccia del passaggio di Cancian negli archivi del MuCiv che ha oggi incorporato il MNATP, mentre nelle carte Tentori (non ordinate, racchiuse in un faldone a lui intestato, contenente cartelle diverse) è possibile avere ampia idea del complesso lavoro di relazione con gli studiosi stranieri che egli svolse, a partire dalla direzione del Museo, così come dei cordiali rapporti intessuti con Adriano Olivetti e con Riccardo Musatti, allora autorevole membro del comitato esecutivo del Movimento di Comunità. A mero titolo d’esempio si veda la richiesta inviata a Tentori da Anton Blok, dall’Università di Amsterdam, su segnalazione di Moss, allora alla Wayne University di Detroit, per ottenere ’alcuni ’reprints’ e altre informazioni bibliografiche’ sul Sud, la cui ’letteratura sociologica è tanto scarsa […] in Olanda [e] molto difficile da avere’ (lettera del 20 novembre 1962, con indicazioni autografe di risposta di Tentori); o il divertente carteggio con Musatti e Olivetti circa il dono richiesto e ottenuto di macchine da scrivere per l’attività della nascente Associazione Italiana di Scienze Sociali (lettere dell’8, del 18 e del 19 ottobre 1957).

[39Si veda in proposito T. Tentori, Il sistema di vita della comunità materana, in Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera, Saggi introduttivi, cit., 3. Come ho accennato, Olivetti fu figura centrale dell’esperienza in questione (in proposito si veda F. Bilò, E. Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Testimonianze su un’idea per il riscatto del Mezzogiorno, Roma-Ivrea, Edizioni di Comunità, 2016). Alla Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera, collaborò anche un nutrito gruppo di ingegneri e architetti e, in particolare, Ludovico Quaroni che progettò, assieme ad altri, il nuovo insediamento. Il borgo, e gli ulteriori abitati del risanamento, Spine Bianche, Serra Venerdì, La Nera, Picciano, Agna e Borgo Venusio, rappresentano non soltanto un caso esemplare di modernizzazione sociale attraverso la modificazione urbanistica ma, in particolare, un’espressione paradigmatica del Neorealismo architettonico italiano. Al progetto presero parte anche Michele Valori, ancora chiamato da Quaroni, Federico Gorio, Piero Maria Lugli, e Michele Agati. Valori, con Gorio, partecipò anche al concorso nazionale per la realizzazione del borgo rurale di Torre Spagnola (Matera, 1954), sempre bandito dall’UNRRA-Casas; come si vede un’intensa stagione, seppur non esente da contraddizioni, d’impegno scientifico e riformistico.

[40Circostanza testimoniata anche da Cancian, sebbene senza precisi riferimenti temporali. Cfr. FC; intervista di Michele Citoni del 10 agosto 2017; FC; lettera del 10 settembre 2019, lettera del 30 novembre 2019.

[41Nella biografia di Tentori prima ricordata, in realtà, non vi è riferimento, nella parte che descrive le sue esperienze a Cambridge, all’Harvard Values Project e al VOM. Lo scritto si sofferma, per quel che concerne i test, elemento caratterizzante dell’antropologia americana del tempo, soltanto su un episodio di adeguamento, sul piano iconografico, del T.A.T.(Thematic Apperception Test) alle richieste per il fieldwork napoletano di Anne Parsons, in un incontro, avvenuto presumibilmente sul finire degli anni Cinquanta, presso il MNATP. Si veda T. Tentori, Il pensiero è come il vento. Storia di un antropologo, cit., p. 77. Vale la pena ricordare che il T.A.T. era stato impiegato, assieme ad altri strumenti empirici di ricerca, da Edward C. Banfield a Chiaromonte, suscitando una serie di osservazioni critiche.

[42Si veda L. Harris, Il volto umano del big business: fotografia documentaria americana a Matera (1948-1954), cit.

[43FC; lettera del 10 settembre 2019. Per un saggio del lavoro di Tentori nel Mezzogiorno progettato attraverso questionari, che ampiamente testimonia la familiarità con gli schemi di ricerca americani, si veda il documento presente presso l’Archivio Mazzarone. Cfr. Archivio di Stato di Matera - Fondo ’Rocco Mazzarone’, Questionari Tentori (Roma, 1956), 914.11. Per la sua posizione archivistica, connessa ai documenti riguardanti lo studio su Matera, si può dedurre che il documento faccia concreto riferimento a quell’indagine.

[44FC; lettera del 10 settembre 2019.

[45La mostra si tenne presso il Museum of Art della Rhode Island School of Design, dal 29 aprile al 7 giugno del 1958. Ne da notizia ’The Rhode Islander’, in un numero in cui compare un articolo con fotografie di Cancian su Lacedonia, che riproduce in copertina, a piena pagina, uno dei suoi scatti. Lo studioso è presentato come ’a member of the Journal-Bulletin state staff’. Si veda F. A. Cancian, Lacedonia, a photographic essay, in ’The Rhode Islander’, cit.

[46L’articolo ricordato nella nota precedente riferisce: ’Mr. Cancian has just received a Woodrow Wilson National Fellowship and will enter Harvard in the fall for graduate work in anthropology’, Ivi, p. 6.

[47Sull’importanza della figura di Vogt nell’antropologia americana e negli studi di americanistica, si veda l’esauriente biografia, con bibliografia, scritta da Joyce Marcus. Cfr. J. Marcus, Evon Zartman Vogt Jr., in The National Academic Press, Biographical Memoirs, vol. 86, 2005, pp. 354-376.

[48Si veda L. McCombe, E. Z. Vogt jr., C. Kluckhohn, Navajo Means People, Cambridge, MA, Harvard University Press, 1951. Per una serrata critica a questo libro e all’esperienza fotografica che gli è dietro, si veda L. Makeda, Visions of a Liminal Landscape: Mythmaking on the Rainbow Plateau, in ’Journal of the Southwest’, 58, 4, 2016, pp. 633-696.

[49Si veda in proposito M. Petrusewicz, J. Schneider, P. Schneider (a cura di), I Sud. Conoscere, capire, cambiare, Bologna, il Mulino, 2009.

[50FC; lettera del 10 settembre 2019.

[51FC; lettera del 13 ottobre 2019.

[52Ricordo qui, per evidenti motivi di economia del saggio, soltanto i titoli dei volumi; si vedano F. Cancian, Economics and Prestige in a Maya Community: The Religious Cargo System in Zinacantan, Stanford, Stanford University Press, 1965; Id., Change and Uncertainty in a Peasant Economy: The Maya Corn Farmers of Zinacantan, Stanford, Stanford University Press, 1972; Id., The Innovator’s Situation: Upper Middle Class Conservatism in Agricultural Communities, Stanford, Stanford University Press, 1979; Id., The Decline of Community in Zinacantan: The Economy, Public Life, and Social Stratification, 1960 to 1987, Stanford, Stanford University Press, 1992.

[53Si veda archivio del MAVI, Lacedonia, Appunti Cancian. Come accennato gli appunti constano di 75 fogli numerati, vergati a mano con grafia di non facilissima decifrazione e relativamente poche correzioni e cancellature; le numerazioni di pagina sono poste in alto a destra, racchiuse in una cornicetta quadrangolare; le indicazioni di giorno e di ora sono a centro pagina con tendenza sulla destra e dividono le note consecutive. In testo, a volte, vi sono riferimenti a precise fotografie eseguite. Alla pagina dodici compare il disegno approssimativo della pianta di una casa contadina con la suddivisione interna degli spazi. Vi sono, nelle annotazioni, certe volte, salti, anche di molti giorni; altre volte note diverse, nei diversi orari del giorno. Sono segnalati due soggiorni a Roma, uno verso la fine di marzo, l’altro tra la fine di aprile e i primi di maggio, nel quale è annotato un attacco d’asma, il primo maggio. In alcune note si fa riferimento, infine, a piccoli spostamenti su una base territoriale che s’intuisce ristretta. Un riassunto dei contenuti dei taccuini offre V. Esposito in ’Non trovo pace più’. Note relative alla ricerca su/di Frank Cancian, antropologo visivo nell’Italia del Sud, in ’Visual Ethnography’, 8, 2, 2019, pp. 99-121, on line edition, consultazione dell’8 febbraio 2020, particolarmente le pp. 109 e segg.

[54Cfr. J. Z. Vogt, Navaho Veterans: A Study of Changing Values, Papers of the Peabody Museum, 41, 1, 1951, Cambridge, Harvard University Press; J. Z. Vogt, T. F. O’Dea, A comparative study of the role of values in social action in two Southwestern communities, in ’American Sociological Review’, 1953, 18, 6, pp. 645-654; J. Z. Vogt, Modern Homesteaders: Life in a Twentieth Century Frontier Community, Cambridge, Belknap Press of Harvard University Press, 1955.

[55Oltre a fornire la successiva scelta di Harvard e di Vogt, da parte di Cancian, di un suo consistente background.

[56Nei suoi taccuini, per quel lasso di tempo, sono presenti le note del 18 (in cui egli annuncia di essere tornato in paese, senza specificare da dove, il giorno prima), 19, 21, 22, 23, 25, 28 maggio.

[57Si veda E. de Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1959; il capitolo Vita magica di Albano è alle pp. 68-85. Mi preme evidenziare come proprio all’interno di questo capitolo sia inserita quell’immagine della Fattucchiera di Colobraro di Pinna, icona e simbolo dell’arretratezza lucana, da me, assieme ad altre del fotografo sardo, altrove sottoposta a critica, rivelatasi, attraverso una puntuale ricerca di Eugenio Imbriani, un artefatto ideologicamente costruito. Cfr. E. Imbriani, La strega falsa. Distinzioni e distorsioni in antropologia, Bari, Progedit, 2017, pp. 64-72.

[58Cfr. E. de Martino, Note di viaggio, in ’Nuovi Argomenti’, I, 2, 1953, pp. 47-69, poi più volte ristampato; Id., Note di Campo. Spedizione in Lucania, 30 Sett. - 31 Ott. 1952 (edizione critica a cura di C. Gallini), Lecce, Argo, 1995, particolarmente le pp. 79-173; Id., L’opera a cui lavoro. Apparato critico e documentario alla ’spedizione etnologica’ in Lucania (a cura di C. Gallini), Lecce, Argo, 1996, particolarmente le pp. 263 e segg.

[59E. de Martino, L’opera a cui lavoro. Apparato critico e documentario alla ’spedizione etnologica’in Lucania, cit., p. 272.

[60Si veda F. Cancian, The Southern Italian Peasant: Word View and Political Behavior, in ’Anthropological Quarterly’, 34, 1, 1960, pp. 1-18. Il saggio è apparso in traduzione italiana in ’Bollettino delle Scienze Sociali’, mag.-giu. 1961, pp. 258-277; una traduzione parziale è stata pubblicata in appendice a E. C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, cit., pp. 207-213. Tra coloro che hanno fatto riferimento alle idee espresse nel saggio, si veda N. S. Peabody, Toward an Understanding of Backwardness and Change: a Critique of the Banfield Hypothesis, in ’Journal of Developing Areas’, 4, 3, 1970, pp. 375-386. Tutti i passi del saggio citati in testo sono tratti dall’edizione originale.

[61E. C. Banfield, The Moral Basis of a Backward Society, Glencoe (ILL.), The Free Press, 1958; prima traduzione italiana, con il titolo, Una comunità nel Mezzogiorno, Bologna, il Mulino, 1961; nella seconda edizione, citata nella nota precedente, scritti critici, oltre che di Cancian, di De Masi (ricordato nella nota 5), di Marselli, Wichers, Pizzorno, Silverman, Peabody, Davis, Callung e Combis. Oltre a tali interventi, per la sua rappresentatività del punto di vista degli antropologi italiani studiosi del Mezzogiorno, ricordo quello di L. M. Lombardi Satriani in Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Rimini, Guaraldi, 1974, pp. 60-75. Più recenti contributi critici rispetto al diffuso favore che le tesi di Banfield (e di Robert Putnam) hanno riscosso nel contesto anglosassone (e spesso anche italiano), ha fornito Michael Herzfeld (cfr. in particolare M. Herzfeld, Evicted from the Eternity. The Restructuring of Modern Rome, Chicago, The University of Chicago Press, 2008, particolarmente pp. 76-79; Id., Heritage and corruption: the two faces of the nation-state, in ’International Journal of Heritage Studies’, 21, 6, 2015, pp. 531-544; Id., Corruption as Political Incest. Temporalities of Sin and Redemption, in T. Thelen, E. Alber (eds.), Reconnecting State and Kingship, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2018, pp. 39-59); posizioni ben sintetizzate in un’intervista italiana concessa a Marino Niola (cfr. M. Herzfeld, Il familismo è morale, il Sud non se ne vergogni in ’la Repubblica’, 5 agosto 2014). Il ben noto testo di Putnam, più tardo rispetto al periodo di cui ci occupiamo, anche se basato su materiali dei decenni precedenti, è Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton, Princeton University Press, 1993. Opportunamente Emanuele Ferragina ricorda l’importanza del saggio di Banfield e la sua duratura influenza in una vasta gamma di studi sociali, al di là della stessa antropologia e sociologia. Cfr. E. Ferragina, The Never-Ending Debate about ’The Moral Basis of a Backward Society’: Banfield and ’Amoral Familism’, in ’Jaso’ N.S., 1, 2, 2009, pp. 141-160; Id., Le teorie che non muoiono mai sono quelle che confermano le nostre ipotesi di base: cinquant’anni di familismo amorale, in ’Meridiana’, 65-66, 2019, pp. 265-287; Id., Il fantasma di Banfield: una verifica empirica della teoria del familismo amorale; in ’Stato e Mercato’, 92, ago 2011, pp. 283-312.

[62Cfr. F. G. Friedmann, The World of ’La Miseria’, in ’Partisan Review’, 20, 1953, pp. 218-231. Oggi, tuttavia, Cancian non appare incline a riconoscere un rapporto privilegiato con Friedmann e la sua visione della società meridionale, mentre sottolinea l’importanza del dialogo che, soprattutto più tardi, intrattenne con Pitkin (’who I met and talked with many times while I was a student at Harvard. He lived in Cambridge, a 15 minute walk from my room there’). F.C.; lettera del 26 febbraio 2020.

[63Nei due articoli, a carattere divulgativo del lavoro su Lacedonia, già ricordati, lo studioso esprime con sintetica chiarezza questi concetti, del resto ripresi nel suo saggio fondamentale del 1960. ’When the men gather in the square, the talk seldom resemble the competitive chatter that the American farmer trades with his fellows. The Lacedonian is working for survival not victory. He admits that no one will have a good crop. More often the talk is of other places - places where a man might go to earn a living’. F. A. Cancian, Lacedonia, a photographic essay, in ’The Rhode Islander’, cit., p. 6. ’The southern Italian peasant is a very sensible man. To maintain his dignity in a situation where he is quite clearly at the bottom, he detaches himself from any hope of change, although his persistent vision is of a better life. For centuries his destiny and that of his fathers has been guided from above, by God, king and dictator. There is nothing in his past to make him believe that he can change his situation. He does not see history as his to make. Recognition of a problem is most often accompanied by a cynical ’Che vuoi fa?’[…] and a discouraged ’Non c’è da fa!’’. F. Cancian, The Southern Italian Peasant, in ’News Bulletin - Institute of International Education’, cit., p. 30.

[64Si vedano in proposito le affermazioni dello studioso nelle sue interviste rilasciate a Pancrazio Toscano e a Laura Olivetti. Cfr. F. G. Friedmann, Miseria e dignità. Il Mezzogiorno nei primi anni Cinquanta, cit., pp. 39-89; L. Olivetti, La Basilicata, l’incontro con Adriano Olivetti e i progetti comunitari nel racconto di Friedrick G. Friedmann in F. Bilò, E. Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Testimonianze su un’idea per il riscatto del Mezzogiorno, cit., pp. 21-36.

[65Prima di lui erano intervenuti, a quel che mi consta, Moss, nel 1958, T. McCorkle, Sanders e R. Waelder, nel 1959.

[66I viaggi di Cancian nel Mezzogiorno furono, in realtà, all’epoca, essenzialmente limitati all’area campana di sua immediata attenzione. Più tardi egli ebbe modo di visitare, come viaggiatore interessato alla realtà dei paesi rurali, la Calabria, la Sicilia e la costa meridionale adriatica e ionica. F.C.; lettera del 26 febbraio 2020.

[67Cfr. W. G. Sumner, Folkways. A Study of the Sociological Importance of Usages, Manners, Customs, Mores, and Morals, Boston, Ginn and Co., 1906. ’Il concetto di ethos è tratto da Summer − scrive laconicamente Banfield −: l’insieme delle usanze, delle idee, dei termini di giudizio e di comportamento comuni che individuano e differenziano un gruppo da altri gruppi’ (Banfield, 1976, p. 38).

[68Si veda C. Geertz, Ethos, World-View and the Analysis of Sacred Symbols, in ’The Antioch Review’, 17, 4, 1957, pp. 421-437. Ma di Geertz si vedano pure, in proposito, Religion as a Cultural System, in M. Banton (ed.), Anthropological Approaches to the Study of Religion, London, Tavistock Pubblications, 1966, pp. 1-46, e Interpretation of Cultures, New York, Basic Books, 1973.

[69C. Geertz, Ethos, World-View and the Analysis of Sacred Symbols, cit., pp. 421-422.

[70La cui bibliografia riporta, d’altro canto, solo gli studi ravvicinatamente legati all’Italia meridionale dell’epoca e a qualche situazione comparativa, a eccezione di un solo scritto di Ralph Linton, richiamato a sostegno di un passaggio teorico.

[71FC; lettera del 18 novembre 2019.

[72Penso, come termine di paragone, al lavoro realizzato da Marina Malabotti, Salvatore Piermerini, Pino De Angelis, Lello Mazzacane, Mimmo Jodice, Mario Cresci, Marialba Russo e me stesso, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, che tenta di rompere gli schemi della fotografia di documentazione sociale ’demartiniana’, inaugurando una stagione di ricerca scientifica e formale, al fine di svecchiare il discorso etnografico-visivo italiano. Siamo quindici, venti anni dopo, come si vede, rispetto al 1957.

[73G. Bateson, M. Mead, Balinese Character, New York, New York Academy of Sciences, 1942, p. 53 (Notes on the Photographs and Captions, pp. 49-54).

[74FC; intervista di Michele Citoni del 10 agosto 2017.

[75Le mie ricerche che più rassomigliano a quella di Cancian a Lacedonia sono state realizzate a Melissa e a Ragonà, in Calabria, rispettivamente nel 1975-’78 e nel 1979-’80. La prima è stata svolta con la collaborazione dei già ricordati Malabotti, Piermarini e De Angelis ed è stata edita parzialmente in volume; la seconda è tutt’ora inedita. Per la riflessione teorica sui temi che tocco nel testo, si vedano, introduttivamente, i miei. Strategie dell’occhio. Saggi di etnografia visiva, III edizione riveduta e ampliata, Milano, Franco Angeli, 2003 e La fotografia come descrizione densa. Antropologia, fonti, documenti, in ’Voci. Annuale di Scienze Umane diretto da Luigi. M. Lombardi Satriani’, XII, 2015, pp. 28-43; per l’indagine a Melissa si veda F. Faeta, Melissa. Folklore, lotta di classe e modificazioni culturali in una comunità contadina meridionale, Firenze, La Casa Usher, 1979.

[76www.frankcancian.net; ultima consultazione, 21 novembre 2019.

[77FC; intervista di Michele Citoni del 10 agosto 2017.

[78www.frankcancian.net; ultima consultazione, 21 novembre 2019.

[79G. Bateson, M. Mead, Balinese Character, cit., p. 49. Per una più ampia considerazione delle posizioni di Bateson (e Mead) sulla fotografia etnografica, si veda anche For God’s Sake, Margaret. Conversation between Stewart Brand, Gregory Bateson and Margaret Mead, in ’CoEvolutionary Quarterly’, 10, 1976, pp. 32-44. Lo scritto è ora riportato anche in A. Ricci (a cura di), Bateson & Mead e la fotografia, Roma, Aracne, 2006, pp. 61-68.

[80In questa prospettiva si veda il lavoro condotto in collaborazione con Arturo Zavattini (affiancato anche da Giacomo Daniele Fragapane) sul suo archivio (cfr. F. Faeta - a cura di -, Arturo Zavattini fotografo in Lucania, cit.; {}F. Faeta, G. D. Fragapane - a cura di -, AZ - Arturo Zavattini fotografo. Viaggi e cinema 1950-1960, Roma, Contrasto, 2015; Idd. - a cura di -, Arturo Zavattini. Passeggiata napoletana, Roma, Postcart, 2017; Idd - a cura di - Zavattini & Zavattini. Cesare nelle fotografie di Arturo, Roma, Postcart, 2019). La già ricordata inchiesta svolta a Ragonà, poi, per fare un solo esempio di altro tipo, servì ravvicinatamente per stendere una sorta di sceneggiatura per immagini per un film documentario sulla comunità realizzato da un altro autore, in ossequio al principio invocato da Cesare Zavattini di avere ’un racconto [che] proceda dall’immagine anziché trasferirsi successivamente nell’immagine’. Si veda L’assenza del presente. Storia di una comunità margi­nale, regia di M. Boggio, produzione REIAC Film, Roma Rai-Radiotelevisione Italia­na, 155 minuti, 16mm., colore, 1980. Dal film è stato tratto un li­bro omonimo, curato da M. Boggio, edito da Marsilio per conto della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, nel 1981. Sugli aspetti teorici legati a quell’esperienza di contaminazione tra tecniche audiovisive differenti si veda il mio Lontano da dove? Lontano da tutto. Breve resoconto di un’indagine di etnografia visiva, in ’Voci. Annuale di Scienze Umane diretto da Luigi. M. Lombardi Satriani’, I, 1, 2004, pp. 69-91.